Le ricostruzioni dei cronisti internazionali (vedi per esempio il Financial Times) raccontano che queste due ultime settimane sono state caratterizzate da giorni di inteso lavoro per il primo ministro giapponese Shinzo Abe. Abe sarà a Washington venerdì per un incontro con Donald Trump (poi i due andranno a giocare a golf a Mar-a-Lago, nel buen retiro del presidente in Florida).

LE MOSSE DI ABE

L’intensa attività è sostanzialmente concentrata su un aspetto: Abe vuole arrivare davanti a Trump con un piano di investimento corposo da offrire alla controparte e per questo ha contattato le più grandi aziende giapponesi che operano negli Stati Uniti per ricevere dei business plan da portare in dote all’americano. Sulla Mokuroku (la lista dei regali che gli sposi giapponesi si scambiano tradizionalmente alla promessa di matrimonio) c’è per esempio il piano di Toyota. Pochi giorni fa Abe ha incontrato il super maneger Akyo Toyoda, Ceo della ditta dai tre ovali. C’è un investimento in Messico (a Baya, l’impianto per l’assemblaggio del modello Corolla da vendere negli Stati Uniti) contro cui Trump s’era scagliato a inizio gennaio. Quelli erano i giorni precedenti al Salone di Detroit, e non a caso Trump nell’obiettivo aveva messo le aziende automobilistiche che avevano decentrato le proprie produzioni oltre il confine sud. Toyota, sorpassata solo nel 2016 da Volkswagen nella classifica dei maggiori produttori di auto al mondo (ma la Corolla resta in testa alla lista dei modelli più venduti), ha negli Stati Uniti il suo più grande mercato. Il marchio giapponese spaventato dall’attacco di Trump che prometteva dazi doganali poco dopo annunciò la volontà di aggiungere ai 20 miliardi di dollari piazzati negli investimenti americani altri 8.89 spalmati nei prossimi cinque anni; e 400 posti di lavoro nello stabilimento di Princeton, in Indiana.

INVESTIMENTI E POLITICA

La Reuters rivela che anche la Sharp, multinazionale dell’elettronica, ha in mente 7 miliardi di investimenti in America e secondo l’agenzia stampa internazionale sarebbe uno dei diamanti del piano che Abe vorrà mostrare a Trump: 450 miliardi immessi nel sistema economico-commerciale-produttivo americano che genererebbero qualcosa come 700mila nuovi posti di lavoro creati dagli investimenti delle ditte giapponesi negli Stati Uniti nei prossimi anni (da Tokyo rivendicano di essere i secondi principali investitori, dopo il Regno Unito, e aver prodotto già 1,5 milioni di impieghi). Posti di lavoro americani, spendibili nell’infinito storytelling che ogni amministrazione politica rappresenta; declinazione del caso, “America First” e “Make America Great Again”, ossia i due motti che hanno scandito la campagna elettorale, slogan degli interessi americani prima di tutto e del fare, con questa vision, di nuovo grande il Paese. Dall’altra parte Abe sa di dover tranquillizzare i suoi concittadini: un sondaggio fatto dal Mainichi Shimbun i giorni successivi all’inaugurazione di Trump ha dato risultati piuttosto chiari. Il 56 per cento dei giapponesi si aspetta che con la nuova America le relazioni peggioreranno.

L’AMERICA PRIMA DI TUTTO

Chi si muove tra le altezze massime della geopolitica economica (ne esiste un’altra accezione? Ossia, davvero il denaro può avere un ruolo secondario nelle dinamiche geopolitiche?) come il professore Carlo Pelanda, aveva tempo fa delineato questo genere di scenario. Trump non è protezionista, Trump sta soltanto cercando di bilanciare e riequilibrare (è questa la parola chiave, spiegava il docente: “Riequilibrio”) il dare e l’avere con i propri alleati, spiegava in una conversazione con Formiche.net. Il Giappone potrà contare sulla potenza americana alle spalle nelle contese regionali contro la Cina, da quelle economico-commerciali alla crisi nel Mar Cinese, e sul piatto di venerdì ci sarà anche la possibilità di esportare il know how giapponese degli shinkazen, i treni ad ultra velocità, per coprire la tratta Houston-Dallas e San Francisco-Los Angeles (è nota la volontà di Trump di spingere sulle infrastrutture). Però la Washington di Trump vuole qualcosa in cambio: investimenti. Spiegava in un’altra occasione sempre Pelanda che “l’Impero americano” avrebbe cercato questo genere di contatti, una visione bilaterale contro il multilateralismo degli accordi come il Tpp (un approccio transazionale, lo chiama il Washington Post, più che internazionale). Non è a somma zero, perché gli Stati Uniti sono l’unica super potenza globale, e per questo la presenza americana dietro al Giappone è utile a Tokyo, ma allo stesso tempo permette il prolungamento strategico statunitense nel Pacifico; mentre Washington guarda ai propri interessi, per esempio alla possibilità di vendere shale oil.

POI TOCCA ALL’AUSTRALIA?

In linea, la sfuriata (poi smentita, cauterizzata, sistemata dal binario più diplomatico dell’Amministrazione) contro il primo ministro australiano: tema ufficiale un vecchio protocollo di intesa siglato da Barack Obama su un migliaio di immigrati, ma sullo sfondo le trame tessute dall’Australia per cercare di portare avanti la Trans Pacific Partnership senza Washington e mirando a Pechino (bonus, dati su Camberra: le esportazioni verso gli Stati Uniti ammontano a 14 miliardi di dollari l’anno, quelle verso la Cina a 100, sul piatto la presenza nell’Anglosfera a Cinque Occhi o i dollari con gli occhi a mandorla).

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