Donald Trump e i rapporti di Steven Bannon con Vaticano e Raymond Burke

Donald Trump e i rapporti di Steven Bannon con Vaticano e Raymond Burke

Un attivista politico influente, il primo consigliere di Donald Trump, che cospira con un cardinale tradizionalista contro il Papa. Ce n’è abbastanza per imbastire una grande storia di retroscena. Di un’alleanza atlantica per condurre la lotta al pontificato di Bergoglio. È lo scenario aperto da un’analisi del New York Times il 7 febbraio, molto ripresa e commentata dalla stampa internazionale.

UNA SPONDA PER DIFENDERE LA TRADIZIONE

Il Papa – argomenta Jason Horowitz – aveva in Obama una sponda per la sua agenda inclusiva in materia di immigrazione, cambiamenti climatici e lotta alla povertà. Con Trump tutto è cambiato. E per gli avversari di Francesco la Casa Bianca potrebbe diventare un alleato prezioso per condurre la propria battaglia contro il pontificato. Attori del possibile ponte a difesa di valori cattolici tradizionali che Bergoglio non richiamerebbe a sufficienza e alleati contro l’islam politico, l’ideologo di The Donald, Steven Bannon, e il cardinale Raymond Burke (nella foto).

CHI È BANNON

Figlio di una famiglia della working class di origine irlandese, Bannon è cresciuto come cattolico, anche se la sua pratica religiosa attuale è oggetto di congetture. Divorziato, è un ex ufficiale della Marina. Dopo avere condotto vittoriosamente la campagna elettorale di Trump, oggi ne è consigliere per la sicurezza nazionale. Ha lavorato per Goldman Sachs prima di diventare direttore dell’ultra conservatore Breitbart News. È il sito di punta dell’alt-right, movimento di estrema destra e ossessionato dal suprematismo bianco, per alcuni; base anti-establishment scapigliata e frizzante per scardinare la leadership repubblicana, per altri. Di sicuro un sito di successo: a ottobre Breitbart ha avuto 37 milioni di visitatori. Gli articoli del sito sono più letti di quelli di New York Times, Washington Post e Wall Street Journal messi insieme. Per Time, che gli ha dedicato una copertina, Bannon è il “grande manipolatore”. E soprattutto il “secondo uomo più potente al mondo”.

UN AMERICANO A ROMA

Nell’aprile 2014 Bannon era in Vaticano per la canonizzazione dei due Papi, Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. Prima di entrare nello staff elettorale di Trump. Prima di Amoris laetitia e dei dubia. Come un conservatore americano in visita a Roma, aveva interesse a parlare con un cardinale americano noto per le sue opinioni conservatrici. Così incontra Burke. Nell’estate dello stesso anno, Bannon interviene via Skype ad un convegno in Vaticano organizzato dal Dignitatis humanae institute. Ce n’è abbastanza per eccitare le fantasie e ipotizzare l’avvio di una regia atlantica contro Francesco. Burke, si ricorda, di quell’istituto è presidente del comitato consultivo. Pazienza che nello stesso consiglio siedano una dozzina di altri cardinali, non tutti immediatamente etichettabili come tradizionalisti. Un nome soltanto: Peter Turkson, nominato ad agosto da Bergoglio prefetto del nuovo super Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.

LE SINTONIE

Ben prima di Brexit e della vittoria di Trump, intervenendo in Vaticano, Bannon intravvedeva una sorta di “Tea Party globale”, elogiando partiti di estrema destra come l’Ukip in Gran Bretagna e il Front National francese. Ha affermato che l’Occidente sta affrontando una “crisi del capitalismo”, dopo aver perso la sue origini “giudaico-cristiane” e ha auspicato il ritorno di una “Chiesa militante” che lotti “contro questa nuova barbarie del secolarismo e islamismo politico che minaccia di sradicare completamente tutto quello che abbiamo ricevuto in eredità negli ultimi due millenni”. E se Francesco insiste sul dialogo con i musulmani, Bannon indica invece la lunga storia della lotta giudaico-cristiano contro l’islam.

PROVE TECNICHE DI TRUMPISMO CATTOLICO?

Per Massimo Faggioli, teologo italiano che insegna negli Usa, il cuore del problema è l’emergere di un “cattolicesimo neo-americanista” che si basa su un elenco molto selettivo degli insegnamenti della Chiesa, e che di solito esclude ciò che è al centro della difesa del Papa per i diritti umani e la libertà religiosa. Da una parte c’è dunque un Papa che si schiera per i poveri e gli immigrati, con relative aperture alla modernità, dall’altra il sogno di tornare a una chiesa in lotta, tipico dei delusi dall’atteggiamento pastorale di Francesco giudicato a discapito della dottrina. La stragrande maggioranza dei vescovi e pensatori cattolici americani conservatori ovviamente non manca di rimarcare la propria fedeltà al Papa. Ma Faggioli sostiene che molti di loro sono spesso critici dell’atteggiamento di Francesco verso la dottrina e le riforme del Vaticano II, che hanno spostato l’insegnamento della Chiesa verso un maggiore rispetto per il pluralismo religioso. Con Bannon e Trump, questi critici potrebbero ritrovare sponde preziose.

COSPIRAZIONE PER CHI?

Ma pensare che ci sia una cospirazione Bannon-Burke è un non senso, “baloney”, una sciocchezza, scrive Phil Lawler su Catholic Culture: “È il problema dei giornalisti americani che tendono a leggere tutte le questioni religiose attraverso lenti politiche”. Probabilmente Bannon vede una possibilità di collaborazione con alcuni dei critici del Papa e ne cerca le alleanze. Tuttavia, “nella misura in cui ci riesce – analizza Lawler – sarà per sfruttare le divisioni all’interno della Chiesa, non per crearle”.

UN MEETING DONALD-FRANCESCO?

Trump sarà in Italia in maggio per partecipare al G7 di Taormina. Avrà interesse e troverà il tempo per volare a Roma e incontrare Bergoglio? A suggerire la possibilità di un meeting è Christopher Lamb sul britannico The Tablet. Citando una fonte diplomatica, rileva che passare in Italia senza vedere il Papa sarebbe visto come “un affronto, in particolare dopo i precedenti scontri sulle politiche dell’immigrazione”, a cominciare dalla scomunica bergogliana del muro col Messico, definito “non cristiano”. Nel frattempo, però, The Donald dovrebbe affrettarsi a nominare il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, anche se la presenza di un rappresentante diplomatico non sarebbe un prerequisito necessario per una visita di Stato in Vaticano.

ultima modifica: 2017-02-09T16:20:49+00:00 da Andrea Mainardi

 

 

 

 

 

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