L'articolo di Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, tratto dall'ultimo numero della rivista Formiche

(Di seguito pubblichiamo l’articolo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi uscito nell’ultimo numero della rivista Formiche in distribuzione ora nelle librerie Feltrinelli. Tra le altre firme che hanno parlato di Europa per la rivista: Paolo Savona, Giulio Sapelli, Antonio Armellini, Michele Valensise, Gustatvo Piga, Hedwig Giusto, Tibor Navracsics, Anthony Gardner e Heather Conley)

Ha senso scegliere l’Europa? Se me l’avessero chiesto nel 1989, poche settimane dopo il crollo del Muro di Berlino, quando mi apprestavo a partire per Parigi come uno dei pionieri del programma Erasmus, avrei certamente detto di sì. Perché l’Europa unita era pronta a essere ancora più unita, e prometteva speranza e pace a un continente diviso. Se me l’avessero chiesto dieci anni dopo, quando la mia vita professionale mi portava a vivere nel cuore delle istituzioni comunitarie, con una moneta unica pronta a nascere, avrei risposto ancora una volta sì, senz’altro. L’Europa aveva accolto molti figli nella sua famiglia, ne avrebbe presto abbracciati altri e la strada verso un’Unione indissolubile sembrava inarrestabile.

Ma oggi, nel 2017, come risponderei alla stessa domanda? Questa volta è più complicato. Non perché la mia convinzione nelle virtù dell’Europa sia venuta meno. Tutt’altro. Ma perché non è questa l’Unione europea che sognavo da studente Erasmus e che ho contribuito a costruire da adulto. Oggi, l’Unione è percepita come qualcosa di lontano, di astratto. I cittadini europei stanno faticosamente uscendo da una crisi economica durissima accompagnata da una ripresa faticosa, e per troppi anni è mancata una risposta europea alle difficoltà crescenti dei cittadini e degli Stati.

Donne e uomini d’Europa, oggi, ci chiedono sicurezza. Sicurezza economica, ma anche sicurezza identitaria, perché di fronte a noi vi sono sfide capaci di segnare un’era, come il fenomeno migratorio, o come il terrorismo che minaccia le nostre città. Davanti a queste sfide, l’Europa non ha fornito risposte efficaci. Ha parlato troppo piano, o troppo lentamente. Col risultato che i movimenti antieuropei, populisti e nazionalisti, hanno soffiato sul fuoco e oggi l’Europa sembra l’origine di tutti i mali.

Ovviamente, non è così. Ma per scegliere di nuovo l’Europa, bisogna che ritorni a correre dopo troppi anni di andamento lento. Se l’unica politica dell’Unione è continuare sulla strada comoda e rassicurante dello status quo, la frammentazione aumenterà fino alla disintegrazione.

Allora, bisogna superare lo status quo. Ma in che modo? Per tornare a dare risposte politiche su crescita, disuguaglianza, sostegno ai giovani, difesa comune e sicurezza, l’Europa deve funzionare in un altro modo. Pensare che tutti i Paesi possano viaggiare alla stessa velocità è pura illusione. Nell’Unione siamo 27, e abbiamo tempi e obiettivi diversi. Ecco perché l’Italia sostiene l’idea di un’Europa a più velocità: ne siamo convinti da tempo, e il fatto che questa posizione sia stata condivisa ultimamente anche dalla cancelliera Angela Merkel non può che farci piacere.

Il rischio di procedere sempre a 27 su tutti i temi è evidente: si finisce per accettare compromessi al ribasso, o per restare impantanati. Lo status quo, appunto. Io sono invece convinto che un gruppo di Paesi possa fare da avanguardia per raggiungere nuovi obiettivi comuni. Cioè, la creazione di una vera Europa politica, che dia la possibilità a chi vuole osare di poter andare avanti. Chi non ci sta non è obbligato a procedere, ma non può neppure porre veti. L’Unione per alcuni è un vestito troppo stretto. Per altri troppo largo. La soluzione sta nel ritagliarlo e cucirlo su misura delle diverse ambizioni e volontà politiche.

Non possiamo permetterci di perdere altro tempo. Per questi motivi, vorremmo che l’Europa a più velocità diventasse una realtà già dal prossimo 25 marzo a Roma, per i 60 anni della firma dei Trattati del 1957. Non è semplice, ma siamo determinati a rilanciare questa proposta: l’Europa ha bisogno di tornare a correre, dopo aver tentennato troppo.

È ancora possibile scegliere l’Europa nel 2017? La mia risposta è un sì, non più incondizionato come vent’anni fa. Per esistere, l’Europa deve essere all’altezza delle sfide che ha di fronte. Deve dare risposte politiche – e non solo burocratiche – ai problemi di oggi. Non deve nascondersi dietro decisioni tecniche, perché le decisioni tecniche, neutrali, non esistono. In realtà, sono decisioni politiche travestite, in modo da renderle vincolanti senza sottoporle al giudizio dei cittadini. Non può esistere un’Europa che non parla con le persone, che non si cura dei più deboli, che non protegge chi ha bisogno di inclusione sociale e protezione.

L’Italia è convinta della propria scelta europeista, ma è altrettanto convinta che serve l’Europa delle origini, non l’Europa dei ministri delle Finanze. Faremo la nostra parte per procedere, sapendo che andare avanti vuol dire necessariamente cambiare rotta. L’Europa è stata la terra delle opportunità, deve tornare a essere la terra della speranza.

cover formiche

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