L'analisi di Gianfranco Polillo

Ma davvero l’Italia è un “malato terminale” come ha detto Beppe Grillo qualche giorno fa? Pessima boutade. Ma il Mattatore ci ha abituato a ben altro. Sennonché in una situazione difficile, come l’attuale, la diagnosi di chi è accreditato a essere il leader del principale partito politico italiano rischia di avere effetti perniciosi. Non dimentichiamo quel che successe nella primavera del 2005. Allora l’Economist teorizzò che l’Italia era “the real stick of Europe” – il vero malato d’Europa – e bastò questo per contribuire a rallentare la caduta della spesa per interessi, che, negli anni precedenti, era stata consistente. Creando le pre-condizioni su cui si innestò, successivamente, la crisi del 2007. La copertina dell’Economist ebbe un contraccolpo pari se non superiore all’abbassamento del rating sul debito sovrano italiano. Determinando un piccolo salto negli spread. Per fortuna il blog di Grillo non è l’Economist. Ma nemmeno la situazione odierna può essere paragonata a quella di 12 anni fa.

Immaginiamo allora cosa potrebbe succedere nella prossima riunione dell’Ecofin. Quando sarà chiamato ad esprimersi sulla possibile richiesta di aprire una “procedura d’infrazione” nei confronti dell’Italia per violazione della regola del debito. Sarà facile per la Polonia, in rappresentanza del gruppo dei Paesi Visegrad, eccepire sull’eventuale proposta di soprassedere. Se il rappresentante del più forte partito politico italiano dice che la situazione è disperata, perché fare una respirazione “bocca a bocca” ad un moribondo? Evitiamo, pertanto di creare un pericoloso precedente, che potrebbe essere invocato da altri, per le rispettive economie. Discorso sensato: se si considera che il rapporto debito – Pil per il complesso di quei Paesi (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovenia) oscilla, in media, intorno al 60 per cento del Pil. Costituendo, pertanto, un punto di forza reale, dal quale poter emettere le eventuali sentenze.

Se la diagnosi del principe del palcoscenico, prestato alla politica, fosse esatta, non resterebbe che prenderne anno. Con rammarico, ma anche con rassegnazione. La verità è sempre rivoluzionaria, come sostenevano Vladimir Lenin e Antonio Gramsci. Ma il punto è proprio questo: siamo in presenza di una drammatica intuizione o di un semplice artificio retorico, per far esplodere la polemica sul web? Dal 2007 al 2015 il rapporto debito – Pil, in Italia, è aumentato del 32,5 per cento. Dato indubbiamente inquietante. Sennonché a livello dell’Eurozona, la crescita è stata, in media, del 25,4 per cento. In Francia, senza guardare alla Spagna al Portogallo o alla Grecia con un balzo più che doppio, del 31,8 per cento. Se l’Italia ha quindi la polmonite, è l’intera Europa, con la sola eccezione della Germania, che deve essere ricoverata in ospedale.

Ed allora cerchiamo di affinare la diagnosi vera della situazione italiana. Che vi siano dei problemi è talmente evidente da non richiedere particolari spiegazioni. Ma l’aggravamento è soprattutto frutto di un contagio. Quelle politiche europee, all’insegna di un’insensata austerità, a sua volta voluta e praticata proprio dai Paesi leader – in testa la Germania – che ha prodotto i disastri annunciati. Ha depresso il tasso di sviluppo di ciascun Paese. Messo in crisi i sistemi bancari, gravati dal fardello delle sofferenze alimentate dalle crisi aziendali: in Italia soprattutto del settore delle costruzioni e dell’edilizia. Contribuito a stringere il nodo della deflazione (caduta dei prezzi relativi) originata dalla flessione dei prezzi del petrolio e delle materie prime. Nonostante gli sforzi di Mario Draghi di operare contro corrente, pur con tutte le difficoltà derivanti dalla ringhiosa opposizione della Bundesbank tedesca. Non è, infine, riuscita a correggere la dinamica dei conti pubblici. La risultante finale di quest’approccio è stato il crollo dell’economia reale e gli aumenti degli squilibri finanziari. Non solo in Italia, ma nella maggior parte dei Paesi europei.

Chi ha veramente a cuore le sorti dell’Italia, al di là della propria inarrestabile vocazione al comando, dovrebbe tener conto, nelle sue prese di posizioni, di questi elementi effettivi. E non prestarsi al gioco dei suoi nemici. Di coloro cioè che, per ragioni diverse sia politiche che economiche, puntano alla disintegrazione stessa dell’Europa. Colpendo innanzitutto nel suo “ventre molle”. Churchill insegna. Che vi sia in atto questa strategia è abbastanza evidente. Basti pensare all’attivismo della Russia di Putin. Ai contatti più o meno riservati della nomenclatura russa con esponenti vari di tutti i movimenti populisti europei. Sia in Italia che altrove. O alla stessa posizione di Donald Trump: con il suo proposito dichiarato – vedremo se sarà poi conseguente – di sfogliare la margherita europea per trattare da solo con ciascun Paese. In un rapporto di forza del tutto sbilanciato a proprio favore.

E intanto c’è qualcuno che pensa di fare affari. Non dimentichiamo ciò che successe nel 2011. Non abbiamo mai troppo creduto alla tesi del “complotto”. Allora la speculazione si accanì contro i titoli italiani. Le vendite massicce, sia in contanti, che allo scoperto, portarono gli spread oltre i 500 punti base, con forti perdite in conto capitale sui detentori. E guadagni simmetrici sui venditori. Non vi fu un attacco contro la valuta italiana, solo per il fatto che la lira era stata inglobata nell’euro. Ma il motore effettivo di quella crisi fu lo squilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti (meno 31,5 miliardi). Non potendo puntare sulla svalutazione, come nel 1992, l’attacco prese la direzione dei titoli di stato.

Oggi per fortuna le cose vanno meglio. Nel 2016 l’estero contribuisce positivamente, con un surplus di oltre 50 miliardi, a quel po’ di sviluppo che si intravede nei dati forniti dall’Istat. Ma le fuoriuscite di capitale, certificate dal Target2, sono sei volte tante. Gridare quindi al lupo può solo innescare una crisi ben più grave. Forse favorirà la “resistibile ascesa” del Movimento cinque stelle. Ma alla fine, se così fosse, sarebbero costretti a governare solo sulle macerie.

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