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La scoperta dell’acqua persa

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Tra le molte notizie diffuse in occasione della recentissima Giornata dell’acqua, ce n’è stata una che avvertiva come, per produrre un solo uovo, servano 120 litri d’acqua. Una quantità enorme, che comprende probabilmente tutto il bilancio idrico della filiera con cui l’uovo confezionato nell’imballo di cartone o plastica sullo scaffale del supermercato e poi a casa nostra. Una quantità quasi incredibile: ma anche prendendola per buona, qual è il messaggio che si voleva così lanciare ai cittadini? Che non devono più mangiare uova perché altrimenti si spreca troppa acqua?

L’idea che le risorse naturali non siano rinnovabili è stata un’acquisizione importante della cultura moderna. Chi ha l’età sufficiente, ricorderà bene decenni di antropizzazione indiscriminata e sciagurata, della quale oggi paghiamo le conseguenze. Oggi tutti sappiamo e capiamo che aria, acqua e terra sono limitati, che dobbiamo usarli con oculatezza e rispettarli per tramandarli alle future generazioni. L’importante è non esagerare. Non possiamo tradurre qualunque piacere in un peccato, ogni comportamento in un reato, ciascuna azione umana in una colpa da espiare.

Ricordo che fu Fulco Pratesi, uno dei nostri primi ambientalisti, a lanciare in Italia la battaglia contro la doccia quotidiana, spiegando che quando ne facciamo una utilizziamo troppa acqua (circa 80 litri) e proponendo di ripristinare il bagno settimanale, come si usava un tempo, e di limitare le abluzioni mattutine al minimo indispensabile. L’uscita all’epoca provocò facili ironie sull’inconciliabilità tra risparmio ambientale e igiene personale, invece adesso questa tesi viene sostenuta diffusamente. Così si chiede, in ossequio al risparmio delle risorse idriche, di chiudere il getto della doccia mentre ci si insapona e quello del rubinetto quando si lavano i denti. Peraltro, alcune recenti indicazioni degli odontoiatri rimettono in discussione due capisaldi della pulizia orale come il risciacquo finale e l’urgenza di lavarsi i denti subito dopo i pasti.

Diciamo la verità: l’incessante alluvione di prescrizioni ecologiste e salutiste è confondente, urtante. Rivendichiamo il diritto al comune buon senso, del quale è senz’altro parte una morigerata parsimonia, una sobrietà equilibrata. Nessuna bulimia consumistica, nessun eccesso ascetico, quindi, me neanche manuali Cencelli che rendono le nostre vite un inferno di raccomandazioni, di dosi minime e massime. Soprattutto, nessuna ideologia come quella che ancora permea in modo evidente il pensiero ecologista, almeno italiano: sempre nella Giornata dell’acqua, un’esponente di Legambiente ha lanciato un appello contrapponendo bellicosamente sostenitori e avversari della tesi del riscaldamento globale antropogenico, nel quale ha ovviamente trovato posto un pistolotto contro Donald Trump. Una modalità che ha il sicuro effetto di radicalizzare le posizioni, riducendo la possibilità di un salutare e conveniente compromesso.

Un intelligente pensatore “di destra” alieno dalle ideologizzazioni come Giano Accame già tempo fa rimandava l’inizio del problema, con qualche ragione, alla rottura del ’68: alla contestazione che per combattere l’omologazione consumista, anziché allearsi con l’etica borghese, si allineò al marxismo. Un po’ la contraddizione sublimata in Pasolini. È avvilente che ancora dopo mezzo secolo si sia più o meno fermi allo stesso punto. Ed è un problema soprattutto italiano: in Austria, negli anni ’80, già si trovava normalmente negli alberghi l’avvertenza di distinguere la biancheria da lavare, così da evitare consumi superflui. Una norma di normale educazione, non una scelta di partito.

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