L'analisi di Gennaro Malgieri, giornalista e scrittore

Nessuno può dire che cosa accadrà in Francia dopo il 7 maggio. Che Marine Le Pen vinca o perda i suffragi che otterrà peseranno enormemente sui destini francesi. E l’Europa non potrà far finta che niente sia successo o, peggio ancora, declassare la sua non improbabile sconfitta a un “pericolo scampato”. Se qualcuno fa di questi calcoli non ha capito niente di quanto sta maturando in Francia.

Circolano sondaggi riservatissimi, ufficiosi, commissionati dai principali candidati e dai loro partiti che per ragioni diverse, spesso opposte, non vengono divulgati. Su questi sondaggi si discute e non su quelli che sarebbero più scientificamente prodotti dagli istituti specializzati ed accreditati che con periodicità regolare i giornali pubblicano.

Secondo gli “impubblicabili”, al primo turno la Le Pen è accreditata al 34/35%; Macron al 25/26%; Fillon, Hamon, Mélenchon poco al di sopra o poco al di sotto del 10%. Negli ambienti lepenisti si tende a minimizzare allo scopo di non offrire agli avversari il pretesto per rafforzare la loro campagna di “demonizzazione” della leader nazionalista. L’entourage del suo diretto antagonista, invece, si rifiuta di commentare e tende a far passare l’idea che ha fatto breccia dopo il dibattito televisivo di un testa a testa. Gli altri se ammettessero la tendenza che si profila dovrebbero abbandonare il campo.

La strategia elettorale della Le Pen è quella di perseguire una doppia linea: neo-gollista attribuendosi il ruolo di paladina della “Francia profonda”, autosufficiente e lontana dalle logiche atlantiste che non piacevano al Generale: lo scopo è di catturare coloro che delusi dai Républicains, non sanno per chi votare, posto che Macron viene considerato un socialista trasformista del quale non ci si può fidare.

Ma la bionda leader del Front national si presenta anche per quel che è sempre stata, una populista radicale (i politologi più avanzati non attribuiscono a tale qualificazione una valenza preventivamente negativa) che ha l’obiettivo di mettere sotto accusa le élite e le oligarchie soprattutto economico-finanziarie trovando sponde impensabili fino a qualche tempo fa anche nella sinistra più estrema, soprattutto che tra quegli intellettuali per i quali la questione identitaria non può essere soltanto appannaggio della destra.

È secondo questo schema che la Le Pen sta destrutturando il sistema spingendo Macron – che è il “nuovo” assoluto – a farsi, sia pur riluttante, difensore di ciò che diceva nel suo libro Revolution di voler abbattere. Ma non si scalfisce un sistema di potere che va dalla Cgt ai capitalisti: l’una e gli altri difendono le loro parallele eppur convergenti ragioni, mentre ciò che vuole il popolo è la sostituzione del decomposto universo partitico con una democrazia autenticamente diretta e non sottomessa ai diktat di Bruxelles.

Se uno scrittore come Michel Houellebecq, per quanto sopra le righe, dice che la democrazia rappresentativa è in crisi, non è perché si è convertito al populismo (non voterà comunque per la Le Pen come per nessun altro), ma per il semplice fatto che non si sente “rappresentato” da nessuno.

Alla stessa maniera il sottoproletario di Dreux o l’operaio della cintura parigina o il laureato disoccupato di Lione o l’imprenditore normanno o bretone o l’agricoltore alsaziano si rifiutano di accettare il sistema che li ha marginalizzati, non si faranno più prendere al laccio del vecchio gioco ideologico per cui si metteranno di traverso all’ascesa di Marine Le Pen: peggio di come stanno non potranno stare, dicono, e i ricatti di un tempo non hanno prodotto altro che disagio sociale, inquietudine morale, perdita del sentimento nazionale.

Macron a tutto questo oppone il suo “narcisismo”, dicono coloro che lo avversano imputandogli, tra l’altro, di essere rimasto uomo (riverniciato) dei socialisti e di Rothschild – cioè a dire espressione distillata dell’establishment – e niente di più. Se destra e sinistra non vogliono dire molto e sono soltanto una “prece” (e davvero in Francia, almeno, non hanno più significato) come si può pretendere di interpretare “la destra della sinistra e la sinistra della destra” per conquistare un elettorato che è molto più  complesso di quanto il ricorso alle vetuste formule della politica vorrebbe far credere?

Insomma, la battaglia non è tra le categorie abusate e disfatte dalla storia, ma tra il popolo e le oligarchie, tra chi vuol governare appellandosi alle ragioni della gente (in questo c’è indubbiamente un ritorno al gollismo che gli epigoni dello stesso non hanno saputo cogliere, tradendolo addirittura) e chi con il beneplacito delle élite. Le Pen è tanto avanti nei sondaggi “ufficiosi” perché viene vista come il passepartout di una pacifica eversione popolare contro i poteri che hanno messo in ginocchio la Francia. Ed in questo “sentire” confluisce anche un identitarismo che ha preso piede nella sinistra non più comunista ai cui occhi Macron è addirittura il “lobbista del mondialismo”.

C’è chi ha prefigurato, quasi per scherzo (ma non tanto poi), un ballottaggio tra la Le Pen e Mélenchon. Sulla carta al momento è impossibile. Ma proviamo a pensare a ciò che era la percezione della politica in Occidente prima della Brexit e della vittoria di Donald Trump: uno stagno. Poi, al di là del merito delle soluzioni individuate dagli elettori, improvvisamente il Regno Unito si è svegliato in un modo che non immaginava; gli Stati Uniti d’America si stanno ancora stropicciando gli occhi e quel che vedono è un miliardario alla Casa Bianca che parla come un contadino dell’Alabama o un allevatore dell’Idaho. Perché, dicono a Parigi, la Francia dovrebbe rimanere sempre uguale a se stessa?

Seppure Macron vincesse, le dimensioni della sconfitta della Le Pen sarebbero tali che comunque la Francia cambierebbe forma e natura. Qualcuno si comincia a chiedere se è una democrazia quella nella quale il primo partito politico esprime soltanto due parlamentari all’Assemblea nazionale.

Il sistema non regge più. Mitterrand l’aveva capito, ma era troppo avanti per il suo tempo: provò a modificare il metodo elettorale, la rappresentatività degli esclusi la capitalizzò ai suoi fini. Poi gli impedirono di proseguire: la Quinta Repubblica che lui pure aveva avversato era intoccabile. Oggi è essa stessa a chiedere un cambiamento radicale.

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