Chi c'era e che cosa si è detto al convegno Aises-Fondazione Einaudi "Politica Internazionale e Investimenti Esteri nel Nuovo Quadro Euro-Atlantico"

Quale sarà l’impatto delle politiche di Donald Trump sull’economia americana e mondiale? E come l’Europa e l’Italia possono difendere la propria competitività sullo scenario globale? Se ne è parlato al Convegno AISES-Fondazione Einaudi “Politica Internazionale e Investimenti Esteri nel Nuovo Quadro Euro-Atlantico” organizzato a Roma dall’Accademia Internazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale in collaborazione con la Fondazione Luigi Einaudi. L’evento, moderato da Paolo Messa, direttore del Centro studi americani, è stato occasione anche per presentare il nuovo dipartimento di Relazioni Internazionali della Fondazione Luigi Einaudi. Il nodo è: cambieranno i rapporti Usa-Europa e l’Ue riuscirà a preservare i suoi valori e il sogno dell’unione commerciale o cadrà sotto i colpi dei nazionalismi?

UE, LA GRANDE INCOMPIUTA

Che sia in atto una vera crisi dell’Ue è innegabile, ha affermato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi: “Se prima si riuniscono 4 ministri Ue e poi vengono coinvolti gli altri 24, qualcosa non va. Abbiamo bisogno di più Europa, più sviluppo delle istituzioni europee, perché oggi l’Ue è una grande incompiuta”. E’ un’Europa che si fonda sul pensiero democratico e liberale, sul libero scambio di cose e persone che ci arricchisce, non solo economicamente, ma anche sul legame con gli Stati Uniti. “Incrinare questo legame sarebbe preoccupante”, secondo Benedetto.

“I vecchi valori europei e occidentali – felicità, benessere, libero scambio di cose e persone – sono oggi sconfessati dall’instabilità sociale, dalla disoccupazione, dalle nuove emergenze, come il cambiamento climatico, il terrorismo, le migrazioni e la crisi finanziaria che destabilizza le imprese, cui i governi non sono in grado di apportare correzioni”, è intervenuto Valerio De Luca, presidente dell’AISES e direttore del Dipartimento Relazioni Internazionali FLE. “Brexit, Trump, populismi e nazionalismi sono il segnale che abbiamo perso gli strumenti per interpretare il mondo di oggi, che i Parlamenti e il processo democratico sono incrinati, che abbiamo bisogno di valori capaci di dare risposte”.

DE POLI: “GE NON SI CHIUDERA’ NEGLI USA”

Sul tema degli investimenti è stato Sandro De Poli, presidente e ceo di General Electric Italia, a chiarire la posizione della multinazionale GE, nata negli Stati Uniti ma ormai con una forte impronta globale. Che cosa significano le politiche “protezioniste” di Donald Trump? Ridurre gli investimenti nei paesi esteri? “No, non ci chiuderemo negli Usa. GE non farà passi indietro”, ha assicurato De Poli. GE non crede nei dazi sull’importazione per chi non produce in America. “Il vantaggio dell’economia di mercato è nel produrre e assemblare laddove si vende”, ha affermato De Poli. E’ il mercato che decide, anzi per il ceo di GE Italia il nostro Paese offre moltissimo a una multinazionale: per esempio, da noi GE ha deciso di progettare il primo motore per aerei prodotto fuori dagli Usa. “In Italia GE trova le eccellenze e un forte substrato di competenze industriali, libertà da vincoli che frenano il nostro settore negli Usa, capacità di utilizzare i finanziamenti europei e grande collaborazione del sistema e del governo, nonostante i rallentamenti della burocrazia locale e del sistema giudiziario”.

DOMINICK SALVATORE SPIEGA LA “PROMESSA” DI TRUMP

Che Trump piaccia o no, però, ora è presidente degli Stati Uniti e le sue manovre politiche e economiche avranno un impatto che Dominick Salvatore (a destra nella foto), professore di Economia presso la Fordham University, New York, ha illustrato. Né deve stupire l’esito del voto americano: la promessa con cui Trump ha fatto saldamente presa è quella di riportare l’America ai tassi di crescita precedenti alla crisi finanziaria del 2008. “Gli Usa non hanno subito un rallentamento economico come Ue e Giappone ma non sono più tornati ai ritmi di crescita cui sono abituati”, ha detto l’economista. “La ripresa post-2008 è la più lenta che gli Usa abbiano sperimentato dopo qualunque recessione verificatasi dopo la Seconda guerra mondiale”.

Trump ha promesso di riportare il tasso di crescita al 3,5-4% contro l’attuale 2,1%. Sarà possibile? “No”, ha detto Salvatore. “Gli economisti americani sono divisi: per alcuni occorre stimolare la domanda, con tassi di interesse addirittura negativi; per altri è dal lato offerta che occorre agire, stimolando la produttività del lavoro, liberandosi dagli impacci di norme gravose e potenziando gli investimenti in infrastrutture e sul sistema sociale. Nella sua visione economica, Trump fonde le due posizioni: vuole stimolare sia la domanda che la produttività con meno tasse per le persone e per le imprese che rimpatriano la produzione e i capitali e più spesa in infrastrutture fisiche e sociali. Bene, l’America tornerà a crescere ma non quanto pensa Trump”, ha concluso il professore. Il nuovo presidente punta infatti su fattori che si contrastano tra di loro: con meno tasse ma anche più spese cresce il debito di pubblico, i tassi di interesse salgono, il dollaro si apprezza e questo tende a scoraggiare l’export. “Gli Usa dunque cresceranno ma non più del 2,3-2,8%”,  secondo Salvatore.

Nelle relazioni internazionali, Trump punta su una rinegoziazione degli accordi, come il Nafta o la Transatlantic trade and investment partnership (Ttip) con l’Unione europea, perché vuole ottenere più vantaggi per gli Usa. “Trump cercherà di trattare a livello bilaterale, per riequilibrare il commercio internazionale in modo da non essere svantaggiato e difendere i posti di lavoro in America”. Ha commesso un errore nello stralciare la Tpp, secondo Salvatore, perché gli Usa e i suoi alleati avrebbero potuto dettare le regole del gioco nell’area economica del Pacifico. Ora il rischio è che lo faccia la Cina. Tuttavia Trump ha motivo per diffidare della Cina e voler usare politiche “forti”: “La Cina è chiaramente una falsa economia di mercato. E’ invece un’economia con forti sussidi statali. La competizione delle aziende cinesi con le aziende estere non si gioca su un terreno equo”, ha sottolineato il professore: Trump tenterà in tutti i modi di ridare voce all’America.

SCALERA: COSI’ L’ITALIA PUO’ AVERE VOCE SULLA SCENA GLOBALE

In questo mondo globalizzato dove tutti corrono veloci, qualcuno anche con qualche forma di “doping”, quale ruolo resta per Europa e Italia e come difendere la nostra competitività? Stefano Scalera, consigliere del Ministro dell’Economia e delle Finanze per gli Investimenti Esteri, ha detto che l’Italia si muove sullo scenario globale con un fardello: la pesante eredità del debito pubblico e le tasse gravose, che rendono anche meno efficaci le riforme perché, senza possibilità di agire sul cuneo fiscale, le riforme sono difficili da portare avanti. Ma c’è un altro elemento su cui l’Italia deve lavorare: la cultura del cambiamento. “La paura del cambiamento è il primo freno alla competitività”, secondo Scalera. “Bene il nostro sistema di Pmi, ma non se ci arrocca su posizioni che ci fanno perdere opportunità di crescita. E anche le regole Ue, alla fine, si possono applicare in modo smart anziché pedissequo per trasformarle in opportunità”. I paesi Ue non possono competere singolarmente, ha indicato ancora Scalera. L’idea di unirsi è proprio nel fare massa, avere voce sulla scena globale. Usa, Russia, Cina, India sono giganti: “La perdita di competitività è un problema di tutta l’Europa che si cura compattandosi. Dobbiamo essere uniti a livello nazionale e europeo se vogliamo evitare di diventare le prede dello shopping di altri paesi. Gli investimenti dall’estero sono benvenuti, ma se lasciano competenze, tecnologie e lavoro in Italia”.

TERZI: ALLA GLOBALIZZAZIONE SI RISPONDE CON LA GOVERNANCE GLOBALE

E’ la globalizzazione dunque il grande nemico? La globalizzazione ha un impatto sui sistemi democratici e economici, ha indicato Giulio Terzi di Sant’Agata, ex ministro degli Esteri nel governo Monti e ora presidente del Dipartimento Relazioni Internazionali FLE; per questo sono emerse forze di de-globalizzazione, di cui anche gli Usa con la nuova amministrazione sono vittima. Ma con grandi problematiche: la bilateralizzazione che cerca di correggere gli squilibri negli scambi internazionali è una negazione del principio multilaterale su cui si fonda oggi il mercato globale e che ne rappresenta un vantaggio, secondo Terzi. “L’Europa ha bisogno di una strategia condivisa economico-commerciale verso gli Usa e tutti i partner mondiali perché questo permette di cogliere i vantaggi della globalizzazione: regole comuni su tariffe, protezione della proprietà intellettuale, contenzioso, equità degli scambi, responsabilità sociale delle imprese non possono cadere a colpi di accordi bilaterali”, ha detto Terzi. Italia e Ue vogliono regole multilaterali e non solo l’America ha fatto un autogol con lo stralcio della TPP, ma “preoccupa” l’intenzione di Trump di aggirare il ricorso all’organismo globale e sovranazionale del WTO per dirimere bilateralmente i contenziosi e trovare un vantaggio per le imprese Usa: “Il sistema globale di governance funziona ed è un beneficio acquisito che non possiamo mettere in discussione”.

Il nuovo dipartimento di Relazioni Internazionali della Fondazione Luigi Einaudi non solo studierà i trend del mondo economico ma le interconnessioni con lo scenario politico tentando di contrastare l’attuale involuzione: “Sicurezza, diritti umani e sviluppo sono correlati, ma oggi libertà democratiche e diritti umani sono in crisi in tanti paesi”, ha concluso Terzi. “Lo Stato di diritto e i diritti umani sono i valori fondamentali che l’Italia sostiene. Il nostro paese si pone come protagonista della diplomazia della cultura”.

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