Quel che successo nei giorni scorsi alla Camera dei deputati non può passare sotto silenzio. Come se fosse una semplice intemperanza giovanilistica. I fatti sono noti. L’Ufficio di presidenza, che è il massimo organo dell’auto governo parlamentare, stava decidendo sulle nuove regole per i vitalizi degli ex deputati. All’improvviso i grillini, in massa, hanno tentato di entrare a forza nella sala, scontrandosi con i commessi preposti alle funzioni di controllo. Risultato: schiaffi, spintoni ed alcuni assistenti parlamentari finiti in infermeria.

Il merito di quell’intemperanza interessa relativamente. Non si stava discutendo di questioni vitali per le sorti del Paese. Ma di semplici fatti amministrativi, al di là dell’enfasi politica che i grillini ripongono sull’argomento. Come introdurre un nuovo contributo di solidarietà sui vitalizi passati, per ridurre lo scarto intercorso tra i contributi versati e la rendita pensionistica corrisposta. Problema più che generale negli assetti del sistema previdenziale italiano. Basti pensare alle cosiddette “pensioni baby”. Dove appunto lo scarto tra il versato ed il goduto raggiunge il massimo grado.

Comunque sia, non una questione vitale, che poteva essere affrontata con gli strumenti dell’ordinaria amministrazione. Ma così non è stato. Ha prevalso la prevaricazione, l’assalto barbaro contro la plancia di comando delle nostre istituzioni. Inqualificabile per il carico di violenza che era implicito in quella manifestazione che ricorda i tempi più bui nella nostra storia patria. Quando si voleva trasformare Montecitorio in “un’aula sorda e grigia per un bivacco di manipoli”. Lo stesso disprezzo, con una determinazione forse anche maggiore, visto il tentativo di aggressione fisica. Quando allora ci si limitò ad una semplice minaccia verbale, seppure condita dalle violenze perpetrate nelle varie piazze del Paese.

Non era mai successo nella storia parlamentare italiana. Anche nei momenti più duri quando lo scontro sembrava essere “di civiltà”, certi eccessi non sono stati mai raggiunti. In passato l’Aula di Montecitorio era stato anche il teatro di scontri violenti, quando, ad esempio, fu decisa l’adesione dell’Italia alla Nato. Allora i tafferugli furono ripetuti. E mantenere l’ordine, contro i comunisti che aggredivano le altre forze politiche, impresa memorabile. Il Parlamento era, infatti, divenuto la cassa di risonanza delle grandi inquietudini italiane. E dello scontro politico – sociale che vide la partecipazione di migliaia e migliaia di militanti, in quasi tutte le città italiane. E non lo sparuto gruppetto di militanti arringati, sulla piazza di Montecitorio, da Di Maio e Di Battista. Quello fu, quindi, uno scontro “dentro” e non “contro” il Parlamento. E nessuno si sognò di invadere locali che non fossero quelli riservati al dibattito politico. Come invece è avvenuto per l’anticamera dell’Ufficio di presidenza della Camera.

Non può essere, quindi, un caso se Grillo all’indomani dell’azione squadrista chiede, dal suo blog, al Pd di arrendersi. Una richiesta che non è rivolta ai soli inquilini del Nazareno. Ma a tutti noi. A tutti coloro, cioè, che credono nel principio di libertà, a presidio del quale sono le istituzioni rappresentative. Ma “arrendersi” a chi e a che cosa? Alla logica brutale di un algoritmo che nasconde un potere oligarchico oscuro ed incontrollato? Alle fantasiose promesse che non hanno dalla loro nemmeno la forza palingenetica di un movimento internazionale, come fu il marxismo-leninismo della Rivoluzione d’ottobre? Alla manipolazione sistemica nella scelta dei candidati, come mostrano i fatti di Genova? Agli errori della sindaca di Roma? Alla tracotanza di questi ultimatum si può rispondere solo in un modo. A’ la Cambronne: “Merde”.

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