L'analisi di Gennaro Malgieri, giornalista e scrittore

La campagna elettorale francese, al di là dei luoghi deputati, si svolge prevalentemente sui giornali. Ovvio, si dirà. Ma mica tanto se si considera, per esempio, che da noi è di gran lunga prevalente l’oscena e selvaggia affissione di manifesti murali piuttosto che la riflessione pubblica sviluppata più che sui quotidiani o sul web, che comunque coprono puntualmente ogni aspetto della competizione, sui settimanali e perfino sui mensili che copiosamente invadono le edicole. Un fenomeno, a paragone di quanto accade in Italia, in controtendenza. Da noi, infatti, si registra una contrazione delle pubblicazioni; in Francia, al contrario, dove pure la crisi dell’editoria si fa sentire, soprattutto lo spazio delle riviste politiche  è notevole. E sono esse, oltre i dibattiti televisivi e radiofonici ridotti al minimo, a dare il tono delle presidenziali.

Si potrebbe dire che in particolare la campagna in corso – molto più che nelle ultime due o tre che l’hanno preceduta – è  la carta stampata (soprattutto quella patinata degli hebdomadaires) a influenzarla decisamente. A riprova di un potere assolutamente decisivo del quale i candidati non possono non tenere conto anche per l’autorevolezza che esso esprime.

François Fillon è stato fatto fuori dalle rivelazioni giornalistiche sugli impropri stipendi da assistente parlamentare elargiti alla moglie; come pure chi ha determinato le dimissioni del ministro degli Interni socialista Bruno Le Roux, accusato di aver assunto come collaboratrici le due sue figlie minorenni, è stato il Canard énchainé che sull’ex-primo ministro di Sarkozy ha ricamato a lungo – e continua a ricamare – aggiungendo aspetti inediti della sua vita privata che mai erano apparsi suscitando stupore in sostenitori e perfino negli avversari.

E mentre Valeurs actuelles di François d’Orcival è impegnato nel mettere a nudo il “narcisismo” di Emmanuel Macron (fermo nei sondaggi e staccato da Marine Le Pen, mentre Fillon sta recuperando quasi “miracolosamente”), Marianne, settimanale centrista con tendenza a destra, sembra ossessionato nel mettere a fuoco, rimasticando cose che già si sapevano, l’attaccamento al denaro del “clan Le Pen”: non è una grande battaglia anche perché  nessuno, in Francia e fuori, sembra disinteressato all’oggetto, tanto tra i politici che tra i comuni mortali.

Tuttavia passato e presente dei candidati vengono scrupolosamente “radiografati” e perfino c’è chi si azzarda a prevedere il futuro della Francia a seconda di chi conquisterà l’Eliseo. Il Nouvel Observateur, “l’Obs”, come si è ribattezzato, l’altra settimana dedicava, a parte i commenti e molti altri servizi sulle presidenziali, ben dieci pagine di “previsione” dei  primi cento giorni di Marine Le Pen al potere. Il titolo eloquente non lascia dubbi sui contenuti: “Le scénario noir…”. E l’editoriale di Matthieu Crossandeau, è un esercizio di stile e di equilibrio (si fa per dire): “Le cauchemar Le Pen”. “Incubo”, addirittura…

Sopra le righe ci vanno quasi tutti (ah, la radice giacobina!), ma è innegabile che da Le Point al Courrier International a L’Express – per citare i più letti – oltre a quelli richiamati, il “format” che incuriosisce non è quello “scandalistico”, bensì culturale. E alle idee si conformano numerosi giornali di sinistra come di destra, da L’Humanité che sopravvive suo malgrado, non più organo comunista di stretta osservanza, a Rivarol, il “settimanale dell’opposizione nazionale ed europea”, rigorosamente di destra, che dal 1949 esce ininterrottamente (non sappiamo come faccia) rappresentando il “pensiero nazionale” con sobrietà e lindore. Tutti s’interrogano, vale la pena citarlo, sulla decomposizione del sistema politico francese, sulla fine dei partiti, sulla democrazia rappresentativa e su quella diretta, sul tramonto delle categorie novecentesche di destra e sinistra. Un dibattito che non ha riscontro in Italia sulla grande stampa.

La campagna presidenziale vista attraverso le pagine di queste pubblicazioni è meno noiosa di come sono quasi tutte le campagne elettorali in ogni dove, tolte le ultime due o tre settimane. Per il semplice fatto che l’incontro con le idee, le analisi, le prospettive è fitto e quasi mai banale. Sì, talvolta ci s’imbatte in un incanaglimento eccessivo, forse, ma non si può dire che anche lo spirito radicale è un ingrediente necessario a  favorire il sapore di contumelie televisive che fanno correre le dita sul telecomando. In altre parole, la discesa in campo degli opinionisti e degli intellettuali accresce l’interesse e perfino la comprensione di quanto giace nel profondo dei sommovimenti come quelli attuali che danno il senso ad un cambio di stagione inevitabile nella politica francese. E se i giornali e le riviste servono a formare una o più tendenze vuol dire che, per quanto in crisi, hanno assolto al loro compito.

Come più in generale l’editoria libraria che davvero inonda di volumi – probabilmente destinati a deperire prematuramente – le librerie con biografie dei “presidenziabili”, accurate analisi del contesto, perfino storie del passato recente e meno recente. Sconta una faziosità immeritata la solita Le Pen: i libri a lei dedicati o sono apertamente denigratori o, quelli meno velenosi, ignorati e dunque nascosti nei piani sottostanti dei banchi sui quali invece fanno bella mostra una decina di volumi dedicati a Macron, per esempio, e una corposa sezione dedicata Mélenchon. A dimostrazione che nessuno è perfetto. Neppure i francesi.

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