Rispetto a 50 anni fa oggi sappiamo molto di più su come l’uomo opera nell’industria, nei servizi e in ogni campo produttivo e della sostenibilità ambientale. Fra 50 anni chi si guarderà indietro concluderà che sapevamo poco o nulla. Soprattutto oggi, perché ci troviamo nella parte più ripida della curva di crescita economica, così come dell’apprendimento tecnologico e, non dimentichiamoci il termine magico, digitale. Questo coinvolge ovviamente il futuro dell’industria (che non può essere altro che 4.0) che sarà necessariamente coinvolta in tale convergenza. Un po’ di tempo fa per definire un periodo come questo si è coniato il termine “rivoluzione industriale”. Una circostanza che tra 50 anni sconterà questo tipo di lettura sarà la decisione (prossimo 6 aprile?) del futuro dell’Ilva, visti gli standard ambientali richiesti dalla procedura. Mentre oggi il rischio nell’affrontare l’argomento Ilva alla vigilia della decisione è quello di apparire “tifoso” di una o l’altra cordata AcciaItalia contro Am Investco e del derby indiano tra Mr JindalMr Mittal (Arcelor).

Mi avventuro in questo rischio visto che l’ho abbondantemente già corso. Ma lo farò con una consapevolezza o, se suona meglio, una prudenza. Suggerita dalla mia idiosincrasia per la “politica degli annunci” o per l’italianità di questo o quel progetto, che mi insospettiscono sempre. Ma, ripeto, voglio prendermi questo rischio, perché c’è più gusto dirlo, anzi scriverlo prima del 6 aprile.

La rivoluzione nell’acciaio – annunciata dalle ripetute interviste di Sajjan Jindal, presidente di Jindal South West – è che se la cordata Jindal-Cdp-Arvedi-Del Vecchio vedi AcciaItalia prende Taranto integrerebbe la produzione massima consentita dal ciclo integrale tradizionale (6 milioni di tonnellate) con l’impiego del preridotto attraverso l’uso del gas nel processo di fusione, ottenendo così l’abbattimento drastico dell’uso del carbone, della co2 e delle polveri sottili, l’aumento della produzione fino al ritorno a oltre 10 milioni di tonnellate e il ritorno dell’occupazione ai numeri pre cassa integrazione di circa 10mila unità (il rapporto è 1000 unità per un milione di tonnellate). In queste condizioni il piano industriale risulterebbe economicamente e ambientalmente sostenibile e rilancerebbe Taranto come il più importante sito siderurgico dell’area mediterranea?

E quando si arriva al tema Mediterraneo la mente va subito alla cartina geografica. Tutto si rafforza se guardiamo all’Europa e alla crescita futura a due cifre dell’Africa e alle potenzialità delle prospettive del mercato dell’acciaio e di approvvigionamento di gas. Inoltre, guardando all’approvvigionamento di gas, gli occhi ritornano alla cartina geografica che rivela la vicinanza di Taranto a un’altra area del Mediterraneo, che è tornata di gran moda nel dibattito internazionale a seguito di una serie di scoperte di gas naturale nella parte orientale che potrebbero giocare un ruolo strategico per il futuro approvvigionamento europeo, cioè quella che va da Cipro all’Egitto passando per Israele. Che sono i principali Paesi interessati dai ritrovamenti. Insomma Zohr, Leviathan, Aphrodite: ovvero ii nuovi giacimenti di gas naturale scatenano attriti e avvicinano Paesi del Mare Nostrum in genere rivali, come ha scritto Formiche.net.

Ricordiamo che all’inizio dell’Unione Europea ci fu la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) ovvero l’intuizione di Jean Monnet e di Robert Schuman, con lo scopo di mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio in un’Europa e superare le guerre europee. Perché oggi non pensare ad una Cega (Comunità euromediterranea del gas e dell’acciaio) con gli stessi scopi?

Belle domande. Vorrei potere salire a bordo di una Delorean e viaggiare nel futuro per guardarmi indietro e verificare se l’assunto iniziale era corretto e se oggi davvero sappiamo poco o nulla rispetto a quello che sapremo tra 50 anni.

Già, per avere le risposte servirebbe proprio fare diventare realtà il bel film “Ritorno al futuro”. Poi comunque vinca il migliore!

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