Conversazione di Formiche.net con Francesco D'Onofrio, costituzionalista ed ex ministro della Pubblica istruzione

Fischi per Emmanuel Macron in visita nella sua città natale – Amiens – dove la Whirpool si appresta a chiudere il suo stabilimento per trasferirlo dal prossimo anno nella ben più conveniente Polonia. Applausi, invece, per Marine Le Pen che – in contemporanea con il leader di En Marche! – ha scelto di presentarsi nella città del Nord della Francia per farsi fotografare in mezzo ai lavoratori mentre il suo rivale era a colloquio con i sindacati nella sede della Camera di Commercio. Il segno – commenta con Formiche.net il costituzionalista ed ex ministro della Pubblica istruzione Francesco D’Onofrio – che “nella campagna elettorale d’Oltralpe in vista del ballottaggio del prossimo 7 maggio ha fatto irruzione con prepotenza una questione finora sottovalutata: la globalizzazione, con i suoi benefici ma pure con i suoi problemi e le sue contraddizioni“.

Professore, è anche sulla globalizzazione che si giocherà la sfida del ballottaggio tra i due candidati?

Ci sono due contrapposizioni fondamentali che stanno fortemente caratterizzando il voto francese. Due facce della stessa medaglia direi: da un lato quella tra europeisti e anti-europeisti e dall’altro, da un punto di vista più generale, quella tra globalizzati e non globalizzati. I primi sono identificabili pienamente in Macron, mentre i secondi in Le Pen.

Perché in Francia – come è successo anche negli Usa con l’elezione di Donald Trump – questo tema è così sentito?

Lo scontro che si profila sarà molto significativamente tra globalizzazione-sì e globalizzazione-no. Perché – per come è stata vissuta finora la globalizzazione – c’è un progressivo impoverimento dei ceti medi e imprenditoriali francesi a seguito di forme di delocalizzazione il cui punto fondamentale non è rappresentato dall’innovazione del prodotto bensì dall’ammontare del costo del lavoro. Un problema meno invasivo in Italia dove le multinazionali non abbondano e il tessuto produttivo è formato soprattutto da medie e piccole imprese.

E’ per via di questo scontro che il candidato di sinistra Mélenchon ha deciso di restare neutrale e non scegliere Macron?

La logica anti-fascista “da prima repubblica” avrebbe dovuto portarlo a schierarsi senza se e senza ma contro Le Pen. Ma si tratta di categorie che ad oggi hanno un significato molto relativo, specie tra le giovani generazioni, le quali sentono molto di più il bipolarismo tra globalizzazione e sovranismo. In nome del quale Mélenchon sta rimanendo neutrale: l’impoverimento sociale, figlio della globalizzazione selvaggia, lo potrebbe portare a preferire Le Pen a Macron. Da qui la sua decisione di non decidere e di non scegliere tra nessuno dei due candidati.

In Italia è partita la corsa ad assimilarsi a Macron, che rappresenta comunque la sorpresa del primo turno francese. C’è qualcuno che gli assomigli davvero secondo lei?

L’Italia ha un gran bisogno di qualcuno che si impegni realmente nella costruzione di una nuova Europa. Per questo le rispondo che a mancare non è tanto una persona, una figura, quanto invece un progetto politico chiaro che abbia nel convinto europeismo il suo punto aggregante. A mancare è un Macron collettivo.

Sta dicendo che nel nostro Paese occorre dar vita un grande schieramento pro-Europa?

Penso che sia assolutamente fondamentale, anche in virtù del rilancio dell’asse franco-tedesca che ci sarà certamente nell’eventualità di una vittoria di Macron al ballottaggio. L’Italia non può rimanere ai margini di questo processo di ricostruzione europea, ma deve anche dotarsi degli strumenti politici necessari in tal senso.

E chi ne dovrebbe far parte?

Le forze politiche alle quali mi riferisco in prima analisi sono quelle a cui si allude di regola quando si parla di progetti politici di questo tipo: in prima istanza il Partito democratico, i centristi e Forza Italia, chiamata però a fare chiarezza. C’è inoltre un’altra forza politica che a mio avviso sarebbe molto importante coinvolgere.

A chi si riferisce professore?

Penso al MoVimento 5 Stelle, chiamato però a chiudere la stagione delle ambiguità dal punto di vista della politica estera. Non possono continuare a nascondersi. A questa condizione dovrebbero essere comunque coinvolti.

Ma le pare possibile che un movimento del genere decida di scendere a patti con i partiti tradizionali?

Certo non dovrebbe trattarsi né di un nuovo Nazareno, né di un nuovo centrodestra o centrosinistra vecchio stampa. Dovrà essere qualcosa di completamente nuovo, una sorta di fase costituente – fondata sull’europeismo e sul sì alla globalizzazione ma governata dalla politica e diretta a fini sociali – necessaria a dare una nuova spinta al Paese sia internamente che esternamente.

Ma non ritiene che i cinquestelle possano invece andare a unirsi all’altro fronte, quello sovranista? O al più rimanere indipendenti?

Ovviamente sono possibilità che hanno di fronte ed è per questo che li ho invitati a fare chiarezza. Ma penso che la prospettiva che sto indicando possa attagliarsi loro. Non dovrà essere una mera sommatoria tra Pd, centristi e Forza Italia – in quel caso il M5s potrebbe ben decidere di continuare su questa china per presentarsi come una reale alternativa al sistema. Parlo di un fronte costituzionale vero e proprio che abbia un obiettivo quasi rifondativo.

Insisto: ma perché il cinquestelle dovrebbe accettare? 

Vedremo cosa deciderà, ma di sicuro non gli si potrà dire di prendere o lasciare. Occorre anche che da quest’altra parte si manifesti la disponibilità ad accettarli come soggetto costituente.

Sta dicendo di porre fine alla “conventio ad excludendum” che in un certo senso i partiti hanno messo in campo contro i pentastellati?

Riterrei un grave errore politico e costituzionale trasferire al movimento 5 stelle la “conventio ad excludendum” che all’epoca caratterizzò il Pci. Sono contrario a un accordo con loro purchessia – tipico del vecchio politicismo – e anche al no a tutti i costi che i pentastellati troppo spesso esprimono. Occorre la natura costituente dell’alleanza.

Ma cosa intende quando dice costituente?

Intendo quella cultura per la quale si accettano come alleati tutti i soggetti disponibili a ragionare su un programma comune, fatto di pochi ma chiari punti: l’europeismo – con la necessità di incentivare e non bloccare il progetto di integrazione europea -, la globalizzazione – a cui bisogna dire sì ma nella consapevolezza che debba essere governata e regolata dalla politica – e una grande attenzione alle fasce sociali più in difficoltà, in uno slancio che definirei liberal-sociale o popolar-liberale.

Senta ma le forze politiche tradizionali, in un processo di questo tipo, cosa dovrebbero fare?

Il Pd deve superare la vocazione maggioritaria e prendere atto che quella vicenda si è conclusa con il referendum del 4 dicembre. Lo stesso deve fare Forza Italia, i cui obiettivi in tal senso si sono arenati già dall’implosione del Popolo della Libertà. D’altronde non esiste più il centrodestra alternativo ai comunisti per cui Silvio Berlusconi diede avvio alla sua esperienza in politica. I centristi, infine, devono mettere da parte la nostalgia democristiana che per troppi anni li ha contraddistinti.

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