Circa un anno fa, Morton Kondracke (nella sua lunga carriera, giornalista di Newsweek, New Republic, Wall Street Journal, ecc.) e Fred Barnes (uno dei cofondatori del Weekly Standard) hanno pubblicato una avvincente biografia ragionata – simpatetica e positiva, ma non per questo agiografica – di Jack Kemp.

La storia di Kemp è letteralmente da romanzo americano: un famoso giocatore di football americano, un apprezzatissimo quarterback dei Buffalo Bills, che entra in politica, si batte sul terreno delle idee, e diventa – la citazione è stranota – “il più influente e importante politico americano del ventesimo secolo che non sia stato presidente”.

Quello che dà letteralmente le vertigini (di emozione e ammirazione) è come l’America sia capace di favorire la circolazione delle idee, e di consentire a persone coraggiose e capaci di portare un’opinione dal rango di posizione laterale a quello di posizione mainstream.

Per Kemp è andata proprio così. Entra in Congresso nel ’70-’71; da lettore onnivoro e autodidatta, si appassiona alla supply-side economics; legge e incontra il futuro Nobel Robert Mundell e Arthur Laffer (quello della “curva”), entrambi allora molto ostracizzati dal keynesismo imperante (Paul Samuelson irrideva Laffer così, tanto per dare l’idea dell’atmosfera: “Why they are laughing at Laffer…”); si fa aiutare, oltre che dalla loro solidità scientifica, dal lavoro al Wsj di Jude Wanniski, e di fatto avvia una campagna politica ossessiva per il taglio delle tasse.

La cosa oggi può sembrare scontata nel campo repubblicano, ma non era così. La maggior parte dei politici repubblicani non aveva l’ossessione positiva per la “crescita” e la “creazione di ricchezza”, ma era più orientata per il rigore di bilancio (“austerity”, “balance the budget”, ecc). Ma sono bastati pochi anni dall’intervento di Kemp sul Wsj (“È tempo di abbassare le tasse”) per far diventare quella linea – non senza fatica e contrasti – la piattaforma di Reagan nella campagna presidenziale del 1980, e la base “ideologica” dei due mega-tagli fiscali del 1981 e del 1986. E, con essi (e con la vertiginosa discesa dell’aliquota fiscale massima sulle persone dal 70 al 28!), il passaggio da una crisi economica profonda a un’esplosione senza precedenti di crescita, ricchezza e occupazione: l’ultimo trimestre dell’81, prima della “cura”, si era chiuso con un tasso di crescita (cioè di non crescita) del meno 4,9%; dopo la “cura”, inizia una spettacolare ripresa di lungo termine, che dall’83 arriverà a produrre il +4,9% nel 1986, il +7,6% nel 1987, il +7,7% del 1988!

Nel mare di riflessioni, aneddoti e battaglie raccolti e analizzati da Kondracke e Barnes, isolo pochi punti per me centrali.

  1. Kemp insegna che o la politica è fondata sulle idee oppure diventa rissa. Non è mai stato capace di aggredire gli avversari: semmai, ha sempre mostrato che occorre proporre un’idea e un progetto migliori dei loro. È vero: specie nella politica moderna, le emozioni sono centrali, ma non possono offuscare il valore del “software”, dei programmi, dei contenuti, della bussola ideale che deve guidare un grande politico. E non bastano le buone idee, occorre la radicalità delle buone idee, per “trasformare” la realtà, non solo per “gestire l’esistente”.
  1. Kemp è stato un outsider totale, nel suo stesso partito. L’establishment del Gop gli fu a lungo (forse è il caso di dire: sempre) ostile. La battuta feroce sulla “voodoo economics” non veniva dai democratici, ma da un repubblicano come Bush padre. E anche dopo l’elezione di Reagan, tutta la squadra politica della Casa Bianca lo vedeva come un fattore di disturbo. Innumerevoli sono stati i tentativi di annacquare e contraddire le sue proposte di tagli fiscali e la sua limpida direzione di marcia pro-crescita. Gelosie, ostilità, battaglie parlamentari infinite sulle sue proposte: le pagine di Kondracke e Barnes meritano di essere lette ad una ad una.
  1. Kemp è stato un modello meraviglioso di cocciutaggine, di perseveranza, di non scoraggiamento. Basta un aneddoto, eloquente più di ogni altro. La conferenza stampa d’esordio tenuta insieme al suo collega senatore Roth per presentare la primissima proposta di tagli fiscali vide la presenza di un solo giornalista (venuto dal Delaware, Stato del senatore Roth). Non uno di più…
  1. Lo stesso Reagan, che pure lo ascoltava e lo comprendeva, non lo scelse come vicepresidente. Da un lato, era comprensibile: difficile immaginare un ticket composto da un ex attore e da un ex giocatore di football. Ma, dall’altro lato, considerando la tenace ostilità di pezzi di establishment Gop, il pensiero corre alla “buca del suggeritore”, che – troppe volte, e con rare e meritorie eccezioni anche nella migliore politica – finisce per essere abbastanza vicina affinché i suggerimenti si sentano, ma abbastanza profonda affinché il suggeritore non si veda.
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