Conversazione di Formiche.net con Peppino Caldarola, già direttore de l'Unità e deputato dei Ds dal 2001 al 2008

C’è una domanda che inizia a intrigare in Italia da quando ieri sera sono usciti i primi dati sull’esito del primo turno delle presidenziali francese: c’è qualcuno che nel nostro Paese possa ripercorrere il cammino di Emmanuel Macron o che comunque gli somigli per formazione, idee e progetto politico? Formiche.net lo ha chiesto a Peppino Caldarola, già direttore de l’Unità e deputato dei Ds dal 2001 al 2008.

Esiste un Macron italiano?

Mi pare che abbia la tendenza a definirsi e a presentarsi come il Macron italiano Matteo Renzi, al quale però del leader di En Marche! manca un dato di fondo.

Quale? 

Gli manca la straordinaria preparazione di Macron: un uomo molto colto, un economista molto preparato, un personaggio non superficiale e con i piedi ben piantati per terra. Mentre la somiglianza sta nel fatto di voler creare entrambi una formazione che superi destra e sinistra, c’è una differenza nella struttura professionale e umana dei candidati molto forte.

Ma Renzi non ha abdicato a fondare un suo movimento fuori dal Pd come anche si era pensato dopo la sconfitta del 4 dicembre e la fine del suo governo?

Un processo simile Renzi lo metterà in campo: dopo le primarie – che vincerà a mani basse – sarà tentato di seguire l’esperimento liberal-democratico di Macron, anche per emarginare l’antica sinistra e provare a fronteggiare in questo modo l’ascesa dei populismi. Dirà di rappresentare lui stesso la prospettiva francese, pure attraverso un rappresentazione del Pd come partito liberato dalle zavorre del passato.

Però Macron ha corso in solitaria fondando un movimento.

Certo, ma non a caso in molti ambienti vicini all’ex premier si vagheggia del cosiddetto Pdr, il partito di Renzi, quale diretta e inevitabile evoluzione del Pd. Mi aspetto che si scrolli di dosso il suo partito e che lo conduca altrove. Un fenomeno che a mio avviso è già in atto.

Renzi rottamerà il Pd?

Lo farà soprattutto attraverso la vittoria alle primarie, che nei suoi progetti dovrà essere così larga da non rendere in alcun modo contendibile la sua leadership. All’opposizione interna rimarrà una sorta di diritto di tribuna, ma niente di più. Basterà già solo questo a imprimere un cambiamento radicale. Il fatto poi che Macron, a differenza di Renzi, sia a capo di un movimento fluido – privo delle tipiche strutture di partito – lo considero un punto a favore dell’ex presidente del Consiglio italiano e a sfavore del francese. Che, pure in caso di vittoria al ballottaggio, alle legislative di giugno faticherà molto ad affermarsi, con il rischio concreto di una coabitazione.

Potrebbe, invece, essere Stefano Parisi il Macron italiano?

Dal punto di vista culturale e politico Parisi, a mio avviso, è il più simile a Macron, al quale lo accomuna un analogo background personale. Anche il leader di Energie per l’Italia non è un personaggio inventato dalla politica, bensì un professionista affermato che ha svolto mestieri molto importanti: l’ufficio studi di un sindacato, la direzione di Confindustria, la guida di un’azienda come Fastweb e anche il ruolo di imprenditore. Al momento c’è però ancora qualcosa che gli manca per ripercorrere la strada di Macron.

Che cosa?

Innanzitutto gli difettano i voti. E inoltre – con il senno di poi – mi viene da pensare che abbia anticipato troppo la sua corsa nell’illusione di poter affascinare Silvio Berlusconi e convincerlo a sostenerlo. Invece in questi mesi abbiamo assistito alla ribellione dei vecchi elefanti di Forza Italia che lo ha un po’ azzoppato.

Cosa dovrebbe fare a questo punto Parisi per cercare di seguire, almeno in parte, la strada di Macron?

Per prima cosa dovrebbe approfondire il suo rapporto con la società: non basta aver radunato in assemblee mondi anche importanti. Se non arriverà a parlare all’Italia profonda, è improbabile che possa avere una rilevante affermazione elettorale. Ok gli imprenditori, ok le teste pensanti, ma i voti veri sono altrove.

E poi?

Deve sperare che il mondo di Berlusconi si ribelli all’alleanza con Matteo Salvini e Giorgia Meloni anche in virtù della differenza di fondo che esiste tra un’area moderata e un’area invece estremista. Ma c’è anche una terza cosa che dovrebbe fare.

E cioè?

Deve evitare di fidarsi troppo del messaggio che comunica attraverso la tv o peggio ancora attraverso i giornali di carta. L’innovazione contenutistica e di forma – come dimostrano anche la bella campagna elettorale e l’ottimo risultato di Jean-Luc Mélenchon – deve essere più profonda. Parisi rischia di apparire come un riformatore calato dall’alto: un persona preparata, colta, dalle qualità personali molto forti che, però, deve sporcarsi di più le mani con il popolo. Nel senso di andare nei luoghi del Paese reale, con tutte le sue difficoltà, le sue preoccupazioni e le sue aspirazioni.

Non risponde a un identikit simile a Macron anche l’attuale ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda?

Ha certamente caratteristiche analoghe a Macron ma forse sopravvaluta la conoscenza del suo nome nel Paese, a mio avviso non molto forte. Un problema superabile, ma che comunque esiste. In ogni caso direi che anche Calenda, al pari di Parisi, ha più numeri “macroniani” di Renzi: è un uomo competente che si è tuffato in politica e non un giovane boy-scout privo di una preparazione specifica.

Peppino Caldarola come avrebbe votato in Francia?

Al primo turno – pur stimandolo – non avrei votato Macron, ma al secondo ovviamente e certamente sì.

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