L'approfondimento di Marco Orioles

Detto, fatto. A ventiquattro ore dalle dichiarazioni in cui sosteneva di aver “cambiato idea” sul regime siriano, il presidente americano Donald Trump ha ordinato stanotte un attacco con missili cruise alla base dell’aviazione siriana di Shayrat da cui sono partiti gli aerei che hanno usato armi chimiche sui civili di Khan Sheikhoun. 59 missili Tomahawk sono stati lanciati verso le 2:40 dalle navi USS Porter e USS Ross che incrociano nel Mediterraneo orientale, colpendo la struttura in modo chirurgico. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di aver avvertito i russi in anticipo, per evitare le ovvie ritorsioni da parte di Mosca.

È la prima volta, da quando si è insediato, che Trump ricorre alla forza. Lo fa in un momento significativo, a poche ore dal summit col presidente cinese Xi Jinping, invitato nel suo resort di Mar-a-Lago in Florida. Come notano numerosi osservatori, l’illustre ospite è uno dei destinatari del potente messaggio di The Donald. La Cina infatti è stata esortata dall’amministrazione Trump a fare di più per moderare le intemperanze nucleari della Corea del Nord, nei cui confronti l’America ha fatto capire di voler agire anche unilateralmente.

I cinquantanove missili cruise sono però soprattutto un ammonimento alla Siria, che a questo punto ci penserà mille volte prima di usare nuovamente armi chimiche sulla propria popolazione. “Il dittatore siriano Bashar al-Assad”, ha dichiarato Trump poco dopo il bombardamento, “ha lanciato un orribile attacco con armi chimiche su civili innocenti”. Per questo motivo, ha aggiunto, “stanotte ho ordinato uno strike militare mirato”.

Trump traccia così una nuova linea rossa nel conflitto siriano, dopo che la “red line” di Obama del luglio 2012 era stata valicata impunemente da Assad con il clamoroso attacco al sarin di Ghouta dell’agosto 2013 che costò la vita a 1.400 persone. Obama, che si dichiarò “molto fiero” di non aver mantenuto la promessa, gettò nello scompiglio buona parte della sua amministrazione, convinta che non rispondendo con la forza al crimine di Assad si sarebbe irrimediabilmente indebolita la statura americana.

Trump, in cerca di un primo risultato politico dopo le débâcle sul “muslim ban” e sull’Obamacare, e con i tassi di approvazione del suo operato al 35%, non poteva permettersi di rimanere inerte di fronte all’attacco di Khan Sheikhoun. Le immagini dei civili intossicati dal sarin hanno fatto il giro del pianeta e suscitato la corale indignazione dei leader mondiali. Con lo strike di stanotte, l’America ha mostrato a tutti che non è insensibile al grido di dolore della popolazione siriana e che non tollererà ulteriori violazioni delle convenzioni internazionali, a cui Assad si era conformato nel 2013. Soprattutto, Trump riafferma la leadership americana dopo i messaggi contraddittori lanciati nelle prime settimane dal suo insediamento, con lo slogan “America first” che segnalava, a detta di molti, un ripiego verso l’isolazionismo.

Sarà interessante, a questo punto, capire come reagirà Mosca, che di Bashar al-Assad è il principale alleato e protettore. Da Mosca sono già giunti messaggi di condanna dell’attacco statunitense, e si parla esplicitamente di una “aggressione” ingiustificata. Ma è probabile che il calcolo del Cremlino cambierà, o quanto meno virerà verso un appoggio meno incondizionato al presidente siriano.

Resta da vedere se allo strike di stanotte seguiranno nuove azioni sul teatro del Levante, dove gli Stati Uniti già schierano nuclei di forze speciali nel nordest del paese in vista dell’attacco contro la roccaforte Isis di Raqqa. Gli Stati Uniti sembravano fino a questo momento non interessati ad alterare gli equilibri del conflitto, ovvero a sfidare Mosca sul suo stesso terreno, limitandosi ad un impegno contro il terrorismo dello Stato islamico. Ma poiché la repressione di Assad e il jihadismo sunnita sono due facce della stessa medaglia, sarebbe nell’interesse americano agire nei confronti dell’una come dell’altro.

L’attacco di stanotte cambia in ogni caso lo scenario, segnalando che gli Stati Uniti non intendono più restare alla finestra. Assad, e Putin, sono stati avvisati: i bambini non si toccano.

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