Gli approfondimenti di Daniele Meloni

Erano da poco scoccate le 22 del primo maggio 1997, quando la Bbc mandò in onda le prime proiezioni con i dati dell’elezione generale: un vero e proprio (New) Labour Day, con Tony Blair saldamente in sella alle preferenze dei cittadini britannici, e la grafica che, impietosa, distruggeva la colonna blu dei voti dei Tories nelle varie constituencies per rimpiazzarle con il rosso fuoco dei vincitori. A Piccadilly Circus, la rosa simbolo del Labour lampeggiava sullo schermo con la scritta “Elezioni, il Labour ha la maggioranza assoluta dei seggi”.

Il decano del giornalismo britannico, Jonathan Dimbleby raccontava sbigottito in diretta, i risultati di una notte elettorale che definì “una delle più drammatiche nella recente storia della politica britannica”, con la schiacciante vittoria di Tony Blair e del suo New Labour sui Tories guidati da John Major. 418 seggi a 165 per i laburisti, un disastro per il premier uscente, che dal suo quartier generale di Huntington, vide evaporare la sua maggioranza nel peggior risultato nella storia del partito.

In quella tornata elettorale i Tories vennero annientati al di fuori del ricco sud del Paese, e in particolare in Scozia e in Galles, tanto che ancora oggi il partito sta faticando a riprendersi i voti persi nel 1997. Quello che più stupì però fu il numero di ministri e sottosegretari che persero il loro seggio. Il primo a perdere nel suo collegio nello Stirlingshire, fu Michael Forsyth, il ministro per la Scozia. Seguirono a breve l’enfant prodige del conservatorismo britannico, Michael Portillo, e David Mellor – ministro più volte coinvolto in scandali sessuali – che perse il suo seggio di Putney a Londra. Pure il ministro degli Esteri, Malcolm Rifkind, e il controverso Neil Hamilton (ora peraltro tornato in auge come parlamentare dello Ukip in Galles) furono tra le vittime della marea rossa.

Ma la sconfitta che più di tutto rappresentò la fine dei 18 anni di governo conservatore fu quella di Norman Lamont, l’ex Cancelliere dello Scacchiere protagonista del Black Wednesday in cui la sterlina uscì dal meccanismo di cambio europeo nel settembre 1993.

La crisi economica, una cattiva gestione delle finanze dello Stato, i continui scandali e alcuni episodi di cronaca nera avevano determinato una sfiducia generalizzata per Major e i suoi ministri, capitalizzata da Blair e dalla sua macchina elettorale, che poteva contare sullo spin doctor per eccellenza della politica inglese, l’ex giornalista del Daily Mirror, Alastair Campbell, sul “Principe delle Tenebre”, Peter Mandelson, e il capo di Gabinetto, Charles Powell, coadiuvati dal sociologo progressista della globalizzazione Anthony Giddens.

La ribrandizzazione del partito, moribondo negli anni ’80 a causa di politiche percepite come troppo di sinistra dall’elettorato, fu fondamentale nella vittoria clamorosa del primo maggio. Blair e Gordon Brown posizionarono il New Labour al centro del sistema politico britannico, parlando il linguaggio della terza via teorizzata da Giddens e già messa in pratica negli Stati Uniti da Bill Clinton. Ossessionati di apparire nuovi, gli uomini di punta del New Labour ripetevano costantemente i loro slogan nella campagna elettorale: “Duri contro il crimine, duri contro le cause che lo determinano”; “Il mio programma si basa su 3 punti: istruzione, istruzione, istruzione”; “Un nuovo partito laburista, una nuova Gran Bretagna” e così via. All’epoca il circolo mediatico dimostrò di gradire e Blair – per tutti Tony – ottenne uno status da pop star. Persino il romanziere Jonathan Coe dedicò a Blair un passaggio del suo romanzo Il circolo chiuso, in cui uno dei protagonisti affermava “che era così di moda votare per lui”.

Il giorno seguente, dopo avere ricevuto l’incarico da Sua Maestà la Regina Elisabetta accompagnato dalla moglie filo-repubblicana Cherie, Blair arrivò a Downing Street in un tripudio di bandiere rosso Labour e di Union Jack. Lo spettacolo, magistralmente organizzato da Alastair Campbell, non sembrava presagire per nulla la guerra in Iraq e le continue liti con Gordon Brown su cui sì incagliò Tony, ma gli altri due trionfi del 2001 e del 2005, fecero di lui il secondo premier britannico più longevo del dopoguerra, alle spalle di Margaret Thatcher.

Seconda puntata dell’approfondimento di Daniele Meloni. La prima puntata si può leggere qui

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