L’appuntamento è fissato: mercoledì 24 maggio alle ore 8.30, nel Palazzo apostolico. Donald Trump per la prima volta in Vaticano in quello che sarà il suo primo viaggio all’estero dal giuramento dello scorso 20 gennaio. Per mesi si è discusso su quest’udienza, prima mai chiesta, poi snobbata, infine fissata. Prima considerazione realistica: per l’Amministrazione americana, il colloquio con il Papa sarà tra i meno rilevanti del viaggio che il capo della Casa Bianca farà tra Medio oriente ed Europa.

VISITA DI PASSAGGIO

Si è capito da tempo che il vis à vis con Francesco non era una priorità e che solo le pressioni da vari settori (compresa molto probabilmente anche quella del vicepresidente Mike Pence) hanno indotto Trump a cedere, accettando l’udienza. Per Washington, prioritarie saranno le soste in Arabia Saudita e Israele. L’Italia (con Papa Francesco, Sergio Mattarella e perfino G7) vengono dopo.

L’AGENDA INTERNAZIONALE

Ma quali saranno i temi all’ordine del giorno del colloquio (dalla durata, si prevede, di circa mezz’ora)? Con ogni probabilità, se da un lato non mancheranno gli accenni a questioni interne, la gran parte del tempo sarà occupata dai temi internazionali. Il Papa, si presume, vorrà farsi un’idea dell’orientamento degli Stati Uniti sullo scenario globale, dominato dalla “terza guerra mondiale a pezzi” di cui ha parlato, ancora una volta, durante la conferenza stampa con i giornalisti di ritorno dall’Egitto.

CONTRO IL MURO

E’ probabile che Francesco vorrà far sentire la sua voce in merito al progetto (ora rimandato) di allungare il muro in funzione anti-migranti lungo il confine meridionale statunitense. Dopotutto, qualcosa aveva già detto in passato, quando Trump non era neppure il candidato ufficiale del Partito Repubblicano alla Casa Bianca e già percorreva in lungo e largo l’America promettendo un grande muro. Quella volta si sfiorò quasi l’incidente diplomatico, con Bergoglio che sottolineò come non potesse dirsi cristiano chi vuole edificare muri e non ponti. Trump rispose e solo l’intervento successivo di Padre Federico Lombardi – che negò ogni intromissione papale nelle dinamiche elettorali locali – raffreddò gli animi.

DIALOGO E NON “BOMBE MADRI”

Ma, come si osservava, sono gli sviluppi internazionali a dominare l’agenda. E lo saranno ancora di più nel successivo colloquio che Trump avrà con il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, e il titolare dei Rapporti con gli Stati, mons. Gallagher. Dialogo, dialogo e ancora dialogo sarà il mantra che ripeterà Francesco. Sia nel vicino e medio oriente sia nell’estremo oriente, con la Corea del Nord che preoccupa anche la Santa Sede. Sabato, il Papa ha fatto capire di non aver per nulla “apprezzato” l’uso della superbomba in Afghanistan contro i jihadisti annidati nei tunnel sotterranei. “Mi sono vergognato del nome dato ad una bomba: ‘la madre di tutte le bombe’. La mamma dà la vita e diciamo mamma a un apparecchio che dà la morte? Ma che sta succedendo?”, si è domandato il Pontefice parlando con settemila studenti giunti a Roma da tutta Italia. Francesco stava proprio denunciando la “cultura della distruzione” e ha preso spunto dal lancio della Moab (la bomba madre, appunto, ndr) per criticare l’uso della forza.

LA CRISI SIRIANA

Ancora più nel dettaglio, il tema siriano sarà tra le priorità dell’udienza, considerato che nel 2013 fu proprio un’azione della Santa Sede (veglia in piazza San Pietro e Angelus papale) a scongiurare i raid anglo-franco-americani su Damasco. Roma continua a essere contraria a ogni misura che possa creare ancora più danni nel Paese martoriato dalla guerra civile e per questo punta semmai a ottenere una stabilizzazione della situazione che protegga anche le migliaia di sfollati stretti nella morsa costituita da ribelli, governativi e miliziani del Califfato.

LA MINACCIA NORDCOREANA

Per quanto riguarda la Corea del nord, anche qui il Papa scongiurerà l’uso di toni roboanti (niente “armade”, insomma) da inviare al largo delle coste di Pyongyang, così come è probabile che chiederà a Trump di coinvolgere sempre più la Cina in un’azione diplomatica. Di contenimento, naturalmente.

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