Caso Aldo Moro, cosa (non) ha detto Abu Sharif

Caso Aldo Moro, cosa (non) ha detto Abu Sharif

Forse i membri della commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, si aspettavano di più dall’audizione di quattro ore di Bassam Abu Sharif, già consigliere di Yasser Arafat e portavoce del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp). Si cercava di avere conferme dirette su quegli anni, sui rapporti tra gruppi palestinesi e terroristi europei e su quanto avvenne prima, durante e dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Abu Sharif, 71 anni, ha insistito su due punti essenziali: le Brigate rosse erano infiltrate dagli Stati Uniti che volevano Moro morto e se fosse stato chiesto aiuto ai palestinesi per salvare il presidente della Dc l’avrebbero certamente dato per gli eccellenti rapporti con lo stesso. Ma si profila una seconda puntata perché l’esponente palestinese si è impegnato a fornire alla commissione due elementi di enorme importanza: il testo del cosiddetto Lodo Moro, cioè il documento firmato da George Habash con il quale si garantiva che l’Italia sarebbe stata al riparo da attentati, e i nomi dei brigatisti che sarebbero stati in realtà infiltrati americani, fatto che per i palestinesi è assolutamente certo.

La lunghezza delle risposte, spesso argomentate con riferimenti non attinenti al caso (si sa che i mediorientali non amano la sintesi…), alla terza ora di audizione ha costretto un esausto Fioroni a “imporre” risposte secche (sì o no) a due quesiti. Così Abu Sharif ha detto che non è stato mai chiesto l’intervento palestinese per salvare il leader Dc e che avrebbero certamente avvertito l’intelligence italiana se avessero avuto notizia di attentati in preparazione in Italia. Ciò in base a quanto era previsto dal Lodo Moro. Abu Sharif ha insistito anche sulle modalità del sequestro e dell’uccisione della scorta quel 16 marzo 1978: veri professionisti, ha detto, “della Cia, di Gladio, di intelligence o un team di forze speciali”. “Quelli che hanno sparato – ha poi aggiunto – non sono stati gli stessi che l’hanno tenuto prigioniero”.

Alcuni passaggi lasciano dei dubbi. Fioroni ha ricordato l’ormai famoso messaggio del colonnello Stefano Giovannone, capo centro del Sismi a Beirut e amico di Moro, che il 17 febbraio 1978 (un mese prima del sequestro) inviò a Roma notizie su un’operazione terroristica in preparazione. Giovannone non aveva contatti diretti con Abu Sharif, che pure conosceva perfettamente, bensì con un altro palestinese oggi morto. È chiaro però che le fonti del colonnello facevano parte di quell’ambiente e quindi non si capisce come Abu Sharif possa negare che i palestinesi abbiano mai avuto notizie di possibili attentati. Su altri passaggi l’ex consigliere di Arafat è parso sfuggente. Fioroni ha ricordato un documento redatto da Giovannone il 21 giugno 1978 secondo il quale le Br avrebbero inviato a Habash copia delle dichiarazioni fatte da Moro durante la prigionia su temi palestinesi: lo scopo era di riallacciare rapporti con quel mondo. La risposta vaga è stata che i rapporti con le Br erano stati interrotti da qualche anno una volta accertata l’infiltrazione statunitense.

Altrettanto curioso che Abu Sharif non abbia mai sentito nominare l’organizzazione terroristica “Giugno nero” di Abu Nidal, della quale si parla da decenni, e dei legami che avrebbe avuto con le Br come risulta da un documento dell’allora vicedirettore del Sisde risalente all’11 agosto 1978. Fioroni ha insistito sul fatto che, in base a documenti di intelligence appena desecretati, Abu Nidal fosse a conoscenza dei piani delle Br. Per Abu Sharif, invece, “era fuori dalla rivoluzione palestinese” essendo ormai con Al Fatah, accampando l’ipotesi che fosse un bugiardo riguardo alla vendita di armi ai brigatisti. È troppo generico parlare di “palestinesi”, si è poi lamentato: il presidente della commissione aveva citato il fatto che, dopo la morte di Moro, Avanguardia Operaia ottenne da gruppi palestinesi armi che sarebbero state distribuite anche ad altri gruppi terroristici e che nel 1979 le stesse Br ottennero armi da palestinesi. Ovvia la domanda di Fioroni: “Come mai prima del sequestro Moro le Br erano inaffidabili e dopo non lo sono state più?”. La risposta è stata un classico depistaggio: “Anche oggi nei Territori occupati ci sono palestinesi che sono in realtà agenti israeliani…”.

La promessa di informarsi presso la propria intelligence su chi fossero i brigatisti infiltrati dagli Usa è stata fatta in risposta all’insistenza di Gero Grassi (Pd) mentre dopo un’analoga domanda di Marco Carra (Pd) se l’era cavata col fatto che è un comandante e non un agente dei servizi segreti. Invece Abu Sharif ha negato più volte l’esistenza di campi di addestramento nei quali si sarebbero esercitati brigatisti. In ogni occasione ha ribadito il ruolo a suo avviso determinante degli Stati Uniti, invitando la commissione a procurarsi il documento che l’allora segretario di Stato americano, Zbigniew Brzezinski, consegnò al presidente Jimmy Carter insistendo sul “no” alla trattativa, “che avrebbe significato la morte di Moro”. Se manterrà gli impegni, le notizie che fornirà alla commissione saranno piccanti, sperando che non vengano secretate.

ultima modifica: 2017-06-27T09:03:00+00:00 da Stefano Vespa

 

 

 

 

 

 

 

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