Gli approfondimenti di Daniele Meloni

Nel 1992 il Leeds United, guidato da Eric Cantona, vinse inaspettatamente il titolo di campione d’Inghilterra, superando sul filo di lana il ben più quotato Manchester United, a secco dal 1967. Non fu quella la sola sorpresa di quell’anno – che la Regina definì horribilis per la famiglia reale – in Gran Bretagna. Al divorzio tra il principe Carlo e Lady D, e quelli del principe Andrea e della principessa Anna, si aggiunse l’incendio al castello di Windsor, una delle dimore preferite da Sua Maestà.

In un anno di eventi particolari, il Manchester United della politica inglese era il segretario del partito Laburista Neil Kinnock, dato da tutti per vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute il 9 aprile, come da richiesta del premier Conservatore John Major. Gallese, fautore della modernizzazione del partito in senso riformista, Kinnock si era battuto per anni per espellere dal Labour i trozkisti di Militant, il gruppo che aveva determinato la deriva radicale che prese il partito negli anni ’80. Nel 1984, Kinnock, di fatto, appoggiò Margaret Thatcher nella sua battaglia contro il sindacato dei minatori (Num), guidato da Arthur Scargill, lo “Stalin dello Yorkshire”, che aveva indetto illegalmente uno sciopero nazionale senza il voto degli aderenti al movimento. Nell’ultimo comizio pre-elettorale alla Sheffield Arena, un Kinnock dai toni e dagli atteggiamenti trionfalisti – in perfetto American style – si rivolse ai suoi sostenitori e alle sue truppe come se avesse già vinto, presentando i candidati laburisti a Westminster come i futuri ministri del suo Governo.

Contro di lui i Tories schieravano il premier uscente, John Major da Brixton, area svantaggiata del sud di Londra. Di origini umilissime, Major era emerso dai quadri del partito nella turbulenta lotta per la successione di Margaret Thatcher appena due anni prima. Centrista più per scelta che per vocazione, Major non sembrava l’uomo ideale per condurre una campagna elettorale ormai sempre più mediatica, in cui i Conservatori erano dati per sicuri perdenti dopo 3 vittorie consecutive e le mai sopite frizioni al loro interno sull’Europa e l’imposta di capitazione (poll tax). Un filmato elettorale nel quale Major si dimostrava tutt’altro che Laurence Olivier nei panni di se stesso mentre raccontava la storia della sua infanzia in una casa popolare di Brixton, certamente non lo aveva reso un popolare personaggio televisivo. Basti pensare che il programma satirico Spitting Image amava rappresentare il suo pupazzo con un forte colorito di grigio sul volto e con le mutande sopra i pantaloni, proprio per indicare il suo essere ordinario.

Visto il fallimento dell’esperimento del docufilm, Major approfittò del suo essere ordinary guy, e in un altro tentativo di guadagnare popolarità in mezzo a una folla di contestatori a un suo comizio – sempre a Brixton – utilizzò uno scatolone contenente saponi come pedana per arringare la folla invitandola a “non lasciare che il socialismo ritorni in Gran Bretagna!”. Questo passò alla storia come il soap box speech.

La sera del 9 aprile, alla chiusura delle urne, i primi exit poll fornivano un risultato sorprendente. Con oltre 14 milioni di voti – mai nessun altro ne aveva ottenuti così tanti nella storia del Regno Unito – John Major aveva vinto le elezioni ed era pronto a ricevere l’incarico di formare un nuovo governo dalla Regina. Ancora oggi dire to do a Kinnock in Sheffield” – letteralmente “fare come Kinnock a Sheffield” – è sinonimo di fallire miseramente e in modo inaspettato. Il 1992 sarebbe passato alla storia come l’annus horribilis non solo della famiglia reale e del Manchester United ma anche del partito Laburista e di Neil Kinnock.

Quarta puntata dell’approfondimento di Daniele Meloni. 

Prima puntata

Seconda puntata

Terza Puntata

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