Valery Koshlyakov

Venezia, Cà Foscari esposizioni

fino al 27 luglio

Vive tra Parigi e Mosca, Valery Koshlyakov, ed è presente con le sue opere in prestigiose collezioni: in Italia presso il Macro, in Francia al Pompidou di Parigi e nei principali musei di Stato russi come la Galleria Tret’jakov di Mosca o il Museo russo di San Pietroburgo. Ha inoltre esposto le sue opere al Louvre di Parigi, al Guggenheim di New York e Bilbao, al Museo Puškin di Mosca e al John F. Kennedy center for the performing arts a Washington. Le sue grandi tele fissano l’immagine di un’intima fragilità, un sofferto stato di ansietà che si fissa nella vuota monumentalità delle rovine classiche. Si alternano simboli di città, popoli ed epoche: sono aspetti visionari di un’arte che non smette di rincorrere l’utopia, sono memorie e fantasie che confondono la realtà di un paesaggio con il desiderio di un’apparizione. Si tratti del Cremlino o di Notre-Dame, del Colosseo o del Pantheon, di Place de la Concorde o di quella del Vaticano, dei frammenti di Pompei o delle architetture staliniane, sono sempre immagini in perenne bilico fra speranza e realtà. Opere all’apparenza colossali ed eterne nei dipinti di Koshlyakov assumono l’aspetto di meravigliose e fragili macerie, quelle di grandiose civiltà, ripulite e condotte dall’artista verso la loro vera essenza. Koshlyakov rincorre la fragilità utopica dei sogni artificiali, degli edifici del potere, dell’inevitabile dissolversi di ogni grandezza. In questa visionaria e decadente potenza non poteva mancare l’immagine di Venezia, nella sua delicata e frangibile bellezza, contrappunto ideale per alcuni dei suoi ultimi grandi lavori. Nella mostra veneziana ecco così anche opere che fanno riferimento alla città lagunare e ai suoi palazzi: ma è soprattutto il tema dell’architettura e del suo interno, che sia a Mosca o a Venezia, il filo conduttore della mostra.

La fabbrica della bellezza

Firenze, Museo nazionale del Bargello

fino al primo ottobre

Il Museo nazionale del Bargello presenta la prima mostra realizzata in Italia sulle statue di porcellana prodotte a Doccia, e sulle sue fonti. Fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori nella località situata nei pressi di Firenze, la manifattura di porcellana di Sesto Fiorentino – divenuta nel 1896 Richard Ginori – è la più antica d’Italia. Il marchese raccolse sistematicamente le forme presenti nelle botteghe appartenute agli scultori attivi dal tardo rinascimento al barocco, servendosene per creare i modelli della sua grande scultura in porcellana. Contemporaneamente acquistava modelli dagli atelier degli scultori fiorentini del tempo, o commissionava riduzioni dalle più celebri statue antiche. Nel percorso espositivo al Bargello, le più importanti sculture prodotte nel primo periodo della manifattura dialogano con opere della collezione permanente del museo e presentate in confronti inediti con cere, terrecotte o bronzi che servirono come modello totale o parziale delle porcellane. Divisa in sei nuclei tematici, la mostra racconta quindi la storia della trasformazione di un’invenzione scultorea in una porcellana. Dal Museo Ginori sono state concesse le due opere più importanti dell’intera collezione: la Venere dei Medici, che riproduce la celeberrima statua della Tribuna, e il monumentale Camino, coronato dalle riduzioni delle Ore del Giorno e della Notte delle tombe medicee di Michelangelo, restaurato in occasione della mostra. Grazie alla collaborazione con l’Accademia etrusca di Cortona, viene esposto il Tempietto della gloria della Toscana donato da Carlo Ginori all’accademia, restaurato per l’occasione. La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue, concepita in stretta collaborazione con l’associazione Amici di Doccia, è curata da Tomaso Montanari e Dimitri Zikos, con la collaborazione di Cristiano Giometti e di Marino Marini.

Botero

Roma, Complesso del Vittoriano

fino al 27 agosto

Mezzo secolo di vita nel mondo dell’arte: Fernando Botero, classe 1932, a Roma viene celebrato con una mostra allestita presso il Complesso del Vittoriano. Un artista che ama l’Italia, conosciuta grazie al fascino esercitato su di lui dal primo scultore cubista, Jacques Lipchitz, che aveva uno studio in quel di Pietrasanta. Proprio da questa eredità formale del genio lituano, nasce la sua dimensione onirica, fantastica e fiabesca dove si percepisce forte l’eco della nostalgia: uomini, animali e vegetazione i cui tratti e colori brillanti riportano immediatamente alla memoria l’America Latina. Colombiano, famoso e popolare in tutto il mondo per il suo inconfondibile linguaggio pittorico, immediatamente riconoscibile, Botero, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, si regala un’esposizione che ripercorre attraverso cinquanta capolavori una carriera partita nel 1958. La mostra, posta sotto l’egida dell’Istituto per la storia del risorgimento italiano, promossa dall’assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza capitolina ai Beni culturali di Roma capitale, con il patrocinio della Regione Lazio e dell’Ambasciata di Colombia in Italia, organizzata e co-prodotta da gruppo Arthemisia e MondoMostreSkira, è curata da Rudy Chiappini in stretta collaborazione con l’artista. Accoglie il pubblico, fuori dalla mostra, la grande scultura in bronzo Cavallo con briglie, di oltre una tonnellata e mezzo di peso e alta più di tre metri, che occupa con tutta la sua imponenza lo spazio antistante il museo, raccontando la perfetta plasticità volumetrica delle forme simbolo dello stile Botero. Il concetto di abbondanza, unito alla dolcezza delle forme, si nota di più nelle raffigurazioni femminili, caratterizzate da un linguaggio ridondante e originale che accentua i volumi e la plasticità tridimensionale. Botero dilata lo spazio perché è un atto funzionale anche a far comprendere l’importanza del colore, steso in grandi campiture piatte e uniformi, senza contorni e ombreggiature.

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