L'approfondimento di Emanuele Rossi

Quella che a livello globale era una delle più attese decisioni della nuova amministrazione americana è arrivata: Donald Trump dal Rose Garden della Casa Bianca ha annunciato con un lungo discorso che gli Stati Uniti usciranno dall’accordo di Parigi 2015. Non val la pena nemmeno citare che di tutti i Paesi della Nazioni Unite solo la Siria, e il Nicaragua per protesta in quanto lo ritiene troppo morbido, sono nella stessa condizione in cui Trump ha portato gli Stati Uniti. E nemmeno serve ricordare questa posizione isolata è dietro i toni freddi usciti dal G7 di Taormina, o citare l’invito a mantenere gli impegni presi da parte del segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin.

L’ACCORDO

L’accordo, che Trump ha definito “draconiano”, è stato chiuso il 30 novembre del 2015 e entrato in funzione il 4 novembre dell’anno successivo, e aveva un obiettivo chiaro: ridurre dal 2020 le emissioni di anidride carbonica e gas inquinanti, ritenuti l’accelerazione antropica che ha prodotto l’aumento di velocità con cui procede il riscaldamento globale. Centonovantacinque Paesi si sono impegnati a rispettare le misure di allentamento delle emissioni proposte ad hoc, Paese per Paese, per mantenere, intanto, il riscaldamento della Terra sotto ai 2°C rispetto al periodo pre-industriale. Ma secondo Trump tutto rappresenta un intralcio per lo sviluppo economico americano promesso durante la campagna elettorale.

A CHI PIACE IL RITIRO

Il ritiro ha quest’ottica come traguardo: il consenso. Quello degli operai del settore minerario e di quello energetico meno evoluto degli Stati Uniti, che hanno visto tagli ai posti di lavoro negli ultimi anni per via dello sviluppo di nuove forme d’energia (dagli shale alle rinnovabili) e che nell’accordo internazionale francese vedevano il Moloch della propria crisi. Una categoria sociale che si è mossa in blocco per Trump, sposando le sue promesse, nella speranza (vana?) che abbandonare certe intese multilaterali fosse il modo per portare avanti, per primo, gli interessi dell’America e farla di nuovo grande.

UN PRECEDENTE?

Uno dei grossi rischi del ritiro americano è che questo possa essere un precedente per altri Paesi. Soprattutto perché l’accordo è stato fortemente voluto dall’America di Barack Obama – e per questo è ideologicamente odiato da Trump e dai suoi fan – che ha compiuto un lungo lavoro di limatura diplomatica con la Cina. Stati Uniti e Cina sono le due più grandi economie del mondo, e i due più grandi produttori di CO2: il loro ruolo all’interno del sistema di Parigi 2015 è dunque sia tecnico (si sono impegnati i primi a ridurre fino al 20% le emissioni entro il 2025, Pechino a produrre elettricità da fonti rinnovabile per almeno il 20% del fabbisogno entro il 2030), che d’immagine. L’impegno dei due colossi è stato un traino per tutti gli altri paesi, e ha innescato anche un sistema di concorrenza buona su politiche per comportamenti virtuosi (è un gioco diplomatico, perché essendo tutti all’interno dell’accordo, anche se non è vincolante, nessun vuol fare brutta figura ed essere accusato di maltrattare la Terra).

SEGUIRANNO RIPOSIZIONAMENTI

L’ufficio di Bruxelles del Financial Times ha già ottenuto documenti riservati che descrivono un piano che Unione Europea e Cina hanno in mente per implementare l’accordo di Parigi anche senza gli Stati Uniti. L’alleanza verde forgiata da europei e cinesi potrebbe isolare gli americani, che però, una volta fuori, possono contare sulla possibilità di spingere le produzioni senza controlli ambientali – i quali sono costosi e per questo creano malumori tra gli industriali. Questo potrebbe innescare anche lo spostamento di impianti produttivi negli Stati Uniti, che per Trump sarebbe un successo politico sulla linea dell’America First. O peggio, come detto, creare il precedente perché i governi di altri Paesi brighino per accontentare le richieste dei propri produttori che si lamentano del peso delle politiche green e e spostarsi fuori dall’accordo, per non subire l’impatto della concorrenza americana (che dovrebbe diventare più intensa e a costo più basso senza gli accorgimento per i controlli sulle emissioni, ma non è detto). Per questo Cina e UE cercheranno di coordinarsi.

LA CREDIBILITÀ AMERICANA

Allo stesso tempo, la decisione di Trump costruisce un precedente pessimo per l’affidabilità americana, perché rappresenta un completo ribaltamento di visione rispetto a una decisione cruciale presa appena due anni fa dalla precedente amministrazione. In un’ottica più idealista, ma che può interessare i mercati, Washington diventa inaffidabile. Cambiare rotta su decisioni strategiche non è impedito dalla Costituzione o dalle leggi, ma soprattutto sugli accordi internazionali e multilaterali di lungo termine, è una pratica che non viene seguita dai governi per dare comunque una garanzia di continuità nazionale che va oltre al colore del partito. Trump non ha mai nascosto il suo scetticismo rispetto ai climate changes, definiti anni fa una “bufala” creata dai cinesi per battere l’economia americana, e contemporaneamente ha avviato già la revisione di tutte le politiche che l’amministrazione Obama aveva messo in piedi per limitare le emissioni.

LO SPIRAGLIO

Ritirarsi dall’accordo sul clima è un processo lungo, che durerà più di tre anni. Periodo in cui gli Stati Uniti potrebbero anche invertire – nuovamente – la propria posizione. “Vogliamo un accordo giusto”, ha detto Trump: “Gli Usa cominceranno a negoziarne uno nuovo”. C’è un futuro dietro a questa decisione politica? Germania, Francia e Italia, in un comunicato congiunto, hanno già sottolineato l’eccezionalità del momento che ha portato all’accordo di Parigi, dicendo che non è di nuovo negoziabile.

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