Che cosa hanno detto in Parlamento i vertici delle due società pubbliche sui piani per la banda larga

Prosegue la guerra della banda larga (qui l’approfondimento di Formiche.net). Ieri pomeriggio è toccato ai vertici di Infratel e Invitalia essere ascoltati dai senatori della commissione Lavori pubblici. Infratel e Invitalia sono le due società pubbliche incaricate rispettivamente di coordinare la cablatura nazionale con la fibra ottica e di attrarre gli investimenti in Italia. Nelle settimane scorse era toccato a Open Fiber e Telecom essere audite. Consorzio pubblico Enel-Cdp la prima, ex monopolista ora in mano francese la seconda. Il livello dello scontro resta alto.

IL POMO DELLA DISCORDIA

Tutto ruota intorno alle aree cosiddette a fallimento di mercato, sulle quali il governo vuole portare la banda ultra-veloce, a mezzo fibra ottica. Ma Telecom ha deciso di sfilarsi dalle gare indette da Infratel, facendo sapere di voler investire in via autonoma su quelle aree. Una notivtà che ha irrigidito l’esecutivo, che aveva bandito le gare dopo aver consultato gli operatori e proprio considerando quelle zone a fallimento di mercato ovvero senza interesse per i privati e bisognose del finanziamento pubblico per lo sviluppo della rete. La volontà espressa ora da Tim di investire in quelle zone cambierebbe le carte in tavola, scompaginando i piani del governo e della società di Enel e Cassa depositi e prestiti.

OPEN FIBER FA IL PIENO 

Inoltre Open Fiber si è assicurata le prime due gare sulla banda larga indette proprio da Infratel. Risultato abbastanza scontato visto che per sua stessa scelta, Telecom ha detto di no alla competizione pubblica. Il che non ha tuttavia scoraggiato il presidente di Open Fiber, ex numero uno di Cdp, Franco Bassanini, di affondare la lama su Telecom. “L’investimento nella rete in fibra è un classico investimento di lungo termine che impegna e attira investitori di lungo termine in grado di essere pazienti. Questo è importante perchè noi siamo una società che ha alle spalle investitori di lungo termine che hanno come azionista di controllo ultimo lo Stato”. Quindi “attenti alla redditività, ma nel lungo termine: non pretendono ritorni immediati perché sanno che l’investimento infrastrutturale si ripaga nel tempo e questo ci pone in una condizione particolare rispetto ad altri operatori (Telecom, ndr) che hanno azionisti che pretendono ritorni immediati”.

INFRATEL METTE I PALETTI

Ma ieri pomeriggio è toccato a Domenico Tudini, amministratore delegato di Infratel, mettere i classici puntini sulle i sulla questione banda larga. “Le aree bianche sono già conosciute dal 3 maggio 2016, è noto a tutti gli operatori quali sarebbero state le aree dove ci sarebbe stato intervento pubblico. Tali aree erano note con i dati relativi ai numeri civici”. Altra precisazione, un intervento pubblico nelle telecomunicazioni non è un tabù, qualora si volesse agitare lo spettro degli aiuti di Stato. “Quando parliamo di interventi del pubblico in un settore come le telecomunicazioni, parliamo di interventi che prevedono un regime di aiuto che deve essere preventivamente autorizzato dalla Comunità europea”, ha chiarito Tudini, rivelando come sul terzo bando, verrà indetta una nuova consultazione.

L’ATTACCO DI INVITALIA

Molto più esplicita la posizione di Invitalia, controllata dallo Sviluppo Economico, al pari di Infratel, che per bocca dell’ad Domenico Arcuri (nella foto), ha sparato un paio di bordate a Telecom. Tanto per cominciare, “gli operatori sono liberi, e anche legittimati, se cambiano i loro piani di investimento. Noi salutiamo con grande favore il fatto che qualcuno che due anni fa pensava di fare un piano di investimento oggi l’ha cambiato. È benvenuto. La differenza è che non basta dirlo, è necessario anche farlo”, ha attaccato Arcuri.

11 RICORSI A VUOTO

Poi, se possibile, ha rincarato la dose, sottolineando come i ricorsi di Telecom sulla prima gara per la banda larga siano andati tutti a vuoto. “Telecom ha fatto prima un ricorso al Tar, inerente agli atti di gara, che è stato rigettato, e poi al Consiglio di Stato, e per sua volontà ha deciso di rinunciare. Ha fatto poi 5 ricorsi al Tar, tutti rigettati, avverso alla ammissione sulle cinque singole componenti di gara. Ha fatto infine 5 ricorsi avverso alla aggiudicazione della gara, che sono stati tutti rigettati dal Tar. In totale ha fatto 11 ricorsi, nessuno dei quali è stato accolto. Salutiamo gli onorari dei legali, che hanno dovuto gestire questa faccenda, che si poteva gestire facendoli guadagnare un pochino di meno”.

ZERO INVESTIMENTI (PER TIM)

Il manager a capo di Invitalia ha poi riservato al gruppo controllato da Vivendi un’ultima stoccata. Toccando il cuore del problema, gli investimenti.  “Tim non sta facendo nessun investimento” perchè gli investimenti “si fanno e non si dichiarano, si fanno quando si aprono i cantieri, quando ci sono operai che scavano e posano la fibra poi richiudono e contabilizzano ma per ora la società fa dichiarazioni ostili ma tra le parole e i fatti a volte ci sono oceani”.

FIBRA OTTICA A RILENTO

E pensare che il nuovo scontro sulla banda larga è arrivato proprio nel giorno in cui la stessa Infratel ha diffuso le stime (qui il documento) sull’andamento della posa della fibra. A marzo 2017 solo il 2,8% dei 19 numeri civici censiti risultava coperto con collegamenti internet over 100 (oltre 100 megabit per secondo in download e 50 in upload), a fronte del 50,7% coperto con tecnologia over 30 (oltre 30 mbps in download e 15 mbps in upload) e del 46,5% che risultava non coperto. Nel confronto tra questa consultazione e quella conclusa nel 2016 emerge una sostanziale assenza di crescita nei piani di copertura degli operatori privati a 100 megabit (dal 23,07% al 2018 si è passati al 23,7% previsto ora al 2020).

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