Chi lo ha detto che tutto il mondo agricolo è contrario all’approvazione del Ceta, il trattato di libero scambio tra Europa e Canada che il nostro Parlamento si appresta a ratificare? Mai come oggi il settore è diviso, segno evidente che non c’è una linea unica di pensiero. Tra i nostri produttori, la lista di chi crede che sia una buona occasione per il made in Italy è lunga.

Ne è convinto, ad esempio, il Consorzio di tutela dell’Aceto Balsamico di Modena ma anche quello del Prosciutto San Daniele: “Ci riconosce il diritto di commercializzare sul mercato canadese i prodotti agroalimentari europei oggetto dell’accordo, utilizzando i rispettivi nomi in quanto contenenti le indicazioni geografiche di origine e provenienza. Grazie a tale accordo, dopo oltre 30 anni, sarà finalmente possibile commercializzare sul mercato canadese il prosciutto friulano utilizzando il proprio nome e il proprio marchio”.

O quelli del Grana Padano che, a differenza del governatore Veneto Luca Zaia calato a Roma per dare battaglia, valuta positivamente l’accordo. “Seppur frutto di evidenti compromessi, potrebbe aprire interessanti prospettive di aumento del nostro export – ha spiegato Nicola Cesare Baldrighi, presidente del Consorzio Grana Padano, il prodotto Dop più consumato del mondo con oltre 4 milioni e 800 mila forme annue – Con l’accordo l’incremento delle importazioni canadesi di formaggi di alta qualità dall’Unione Europea a dazio zero passeranno da 12.000 a 29.000 tonnellate”.

Di “grande risultato a salvaguardia dell’Asiago, Fontina e Gorgonzola”, parla Fabio Leonardi, vice presidente del Consorzio per la tutela del formaggio Gorgonzola Dop mentre Stefano Fanti direttore del Consorzio Prosciutto di Parma esulta ”è un risultato storico perché finalmente ci riprenderemo il nostro nome in Canada” visto che da oltre 20 anni il Prosciutto di Parma era venduto come The Original Prosciutto-Le Jambon Original, perché un prosciutto crudo canadese veniva venduto regolarmente con il marchio registrato ‘Parma’ impedendo di fatto al Consorzio di utilizzare il suo nome. Un caso scuola che ha ricordato anche il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda nel suo intervento al Corriere della Sera.

La partita è aperta, certamente divisiva. Coldiretti con il suo presidente Roberto Moncalvo chiede uno stop al Ceta “senza se e senza ma” e avvisa i naviganti dei problemi che questo accordo porta con se’: agropirateria, import di grano e carni a dazio zero, il tutto prodotto con regole e standard lontani da quelli europei.

Per la Coldiretti, in particolare, sono 250 le denominazioni di origine (Dop/Igp) italiane che non godranno di alcuna tutela sul territorio canadese. E per la prima volta l’Ue legittima la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy, accordando il via libera alle imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali. L’azzeramento strutturale dei dazi all’import, poi, apre le porte al grano duro dal Canada trattato con sostanze vietate in Italia. L’accordo prevede ancora import a dazio zero per 75 mila tonnellate di carni suine e 50 mila tonnellate di manzo prodotti con ormoni vietati in Italia. Nel Ceta infine, rileva ancora l’associazione guidata da Moncalvo, manca il riferimento al principio di precauzione che, in Europa, impone cautela nelle decisioni che riguardano questioni scientificamente controverse circa possibili impatti sulla salute o sull’ambiente, compresi gli Ogm.

Ma Giorgio Mercuri, a nome di Agrinsieme, che rappresenta oltre i 2/3 delle aziende agricole operanti nel Paese, il 60% del valore della produzione agricola e il 30% del valore dell’agroalimentare italiano replica come “l’accordo spalanca reali opportunità commerciali alle aziende italiane e consente a migliaia di produttori di latte, vino, ortofrutta, olio e altre eccellenze di riuscire, attraverso cooperative e strutture aggregate, a creare un importante valore aggiunto alle loro produzioni proprio grazie alle vendite sul mercato canadese”.

Infine una condanna senza possibilità d’appello arriva da Slow Food che parla di un accordo che “non è né buono né pulito né giusto”. “Questo trattato – ha spiegato Cinzia Scaffidi, vicepresidente – fa arrivare sui nostri mercati cibo di peggiore qualità, che altrimenti non avrebbe bisogno di nascondersi dietro a nomi simili agli originali. Non è pulito perché troppo spesso in Nord America si ricorre a prodotti chimici da noi proibiti. Non è giusto perché quando il confronto si concentra solo sui prezzi più bassi, allora prima o poi si finisce per risparmiare sui diritti: il diritto a un lavoro dignitoso, alla salute, all’informazione”.

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