La banca italiana Intesa Sanpaolo finisce nella rete delle nuove sanzioni che gli Stati Uniti hanno alzato contro la Russia. Il prestito da 5,2 miliardi di euro che l’istituto dovrebbe fornire alla Glencore e al fondo qatariota Qia per l’acquisto di una quota pari al 19,5 per cento del colosso petrolifero russo Rosneft starebbe già incontrando difficoltà. Quattro fonti informate ne hanno parlato alla Reuters in esclusiva.

I TIMORI DELLE BANCHE COLLEGATE

A fine maggio Intesa aveva invitato alla sindacazione del prestito 15 banche, tra americane ed europee, ma tutte, per il timore di essere punite da Washington, hanno messo in attesa la loro partecipazione – la sindacazione è un metodo con cui Intesa avrebbe spalmato il rischio del prestito. La Casa Bianca ha approvato poche settimane fa un piano sanzionatorio contro Mosca, passato a livello congressuale in via bipartisan, che mette nel mirino proprio i comparti energetici russi. L’azione rientra in una misura punitiva per le interferenze russe durante la campagna elettorale dello scorso anno: dall’Europa s’erano alzate proteste, perché Bruxelles temeva che le aziende europee coinvolte in affari con controparti russe avrebbero potuto trovare difficoltà dopo l’approvazione del piano americano, ma Washington aveva posto una clausola che ne avrebbe dovuto escludere il coinvolgimento.

SANZIONI E QATAR

Secondo le fonti sentite dalla Reuters, i vari istituti bancari coinvolti tra cui il gruppo italiano guidato da Carlo Messina (nella foto) hanno congelato le proprie mosse in attesa di capirne di più sull’applicazione delle sanzioni americane: “La syndication è bloccata a causa delle nuove sanzioni USA sulla Russia – dice un manager di una grande banca di Londra chiamata a partecipare da Intesa, di cui però Reuters non rivela il nome – Le nuove sanzioni sono così ampie che raggiungeranno sicuramente tutte le trattative simili che coinvolgono le imprese statali russe”. Inoltre emerge che anche la crisi tra il Qatar e gli altri paesi del Golfo – su cui l’Italia ha lavorato giocando molto di sponda con Doha – ha complicato la situazione.

IL VERTICE CON PUTIN

Mercoledì 25 gennaio a Mosca il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il capo del fondo sovrano del Qatar Abdullah Bin Mohammed Bin Saud Al Thani, l’amministratore delegato dell’anglo-svizzera delle commodities Glencore International Yvan Glasenberg, e l’amministratore delegato della banca italiana Intesa Sanpaolo. Seduto con loro anche Igor Sechin, il capo del colosso petrolifero russo Rosneft, elemento che il 28 aprile del 2014 è stato messo sotto sanzioni internazionali dal dipartimento del Tesoro americano perché intimo dell’inner circle putiniano e obiettivo delle misure punitive alzate da Washington per il “tentativo di destabilizzazione dell’Ucraina” operato da Mosca.

IL GRANDE AFFARE

Putin, secondo lo statement ufficiale del Cremlino, s’è congratulato con i rappresentanti del fondo qatariota (anche Qia, che sta per Qatar Investment Authority) e di Glencore per l’operazione con cui hanno acquisito la quota della “nostra compagnia petrolifera” dice il presidente, la Rosneft, in corso di privatizzazione. Dal completamento dell’operazione la capitalizzazione finanziaria accumulata è stata del 18 per cento: si tratta del più grosso accordo commerciale che arriva in Russia dall’estero dopo la crisi ucraina, della principale intesa nel settore petrolifero nel 2016, e della più importante privatizzazione russa dal 1990 (scriveva la Reuters). Quando ha svelato l’affare il 7 dicembre durante un incontro televisivo con a fianco Sechin, Putin ha detto che questa è una “dimostrazione di fiducia nei confronti della Russia nonostante le sanzioni”. “I nostri amici del Qatar – disse a maggio dal Cremlino – inizieranno la produzione di idrocarburi anche sul suolo russo” (facile si possano concentrare sul gas naturale siberiano con prospettiva l’esportazione cinese) e la Glencore “so che ha già cominciato a lavorare su un contratto a lungo termine per fornire il nostro petrolio sui mercati mondiali” (ci sarebbero in studio e progetti per portare il petrolio in India e in Cina).

IL RUOLO DI INTESA

Intesa è molto forte in Russia. La banca italiana a inizio gennaio aveva dato l’ok per fornire il prestito da 5,2 miliardi di euro al consorzio Glencore/QAI, che hanno acquisito le quote di Rosneft per un valore di 10,2 miliardi. Mi auguro che opererete ancora di più qui, disse Putin chiedendo a Messina: avete già una rappresentanza vero? “Sì”, la risposta del top manager italiano: “Si tratta di una banca a tutti gli effetti, che ha già ricevuto la licenza appropriata, e funziona perché vogliamo espandere la nostra presenza nel paese”.

OSSIGENO ALLE CASSE STATALI

I miliardi ottenuti dalla vendita della azioni di Rosneft sono come ossigeno per l’indebolito bilancio statale russo; d’altronde, attirare capitali dall’estero per rimpinguare il tesoro è l’obiettivo delle privatizzazioni con cui Putin cerca di aggirare la pressione messa sull’economia dal basso prezzo del petrolio e dalle sanzioni occidentali. L’offerta si sarebbe dovuta muovere nel solco in quel momento consentito dalle sanzioni secondo quanto detto ai tempi dai rappresentati della banca al Financial Times. “Chiaramente questo non era quello che speravamo quando abbiamo implementato le sanzioni” aveva invece detto alla Bloomberg a metà dicembre Amos Hochstein, inviato speciale per le questioni energetiche internazionali della Casa Bianca (ai tempi ancora in amministrazione Obama). Poi, a fine luglio, le cose sono cambiate.

L’INCHIESTA DI REUTERS

Reuters tre mesi fa aveva fatto le pulci all’affare, perché sembra che mentre Intesa finanziava i cinque miliardi e il Qatar ne metteva altri 2,5, Glencore fosse ferma a 300 milioni (tutti piazzati su un “veicolo” finanziario con sede a Singapore”). “Le fonti di finanziamento per quasi un quarto del prezzo di acquisto non sono stati resi noti da nessuna delle parti”, scrive l’agenzia – ed un altro problema che le banche chiamate alla syndacation si sono trovate davanti (e forse il contesto internazionale è una scusa per non saltare al buio). Chi ha messo i 2,2 miliardi mancanti, si chiede Reuters? Non ci sono risposte ufficiali per il momento, ma è possibile che siano coinvolte anche banche russe, come la VTB, secondo le ricostruzioni dei giornalisti inglesi (anche la VTB è sotto sanzioni per la crisi ucraina).

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