Al Ammu “lo zio”, ex facchino, ha fatto fortuna. A raccontare ai Corriere della Sera come si sia “evoluta” la vita di Ahmad Dabbashi, considerato uno dei principali trafficanti di migranti in Libia, è Mohammad, un suo vecchio vicino di casa.

AL AMMU: L’EX FACCHINO

Nel 2010 – ricostruisce il CorseraDabbashi era un facchino appena ventenne, “uno di quelli che si presta per lavoretti a ore di ogni tipo, trasporta le cassette della frutta, scarica i camion e aiuta anche nei traslochi, con il padre impiegato all’ufficio postale di Sabratha e i fratelli ancora bambini che giocano a pallone per la strada”. «Un poveraccio a cui non avresti dato un soldo. “Ammu, mi regaleresti una sigaretta?”, chiedeva strascicato a quelli che incontrava (di qui il soprannome ndr.)», spiega Mohammad all’inviato del Corriere in Libia, Lorenzo Cremonesi.

L’ASCESA A BOSS DELLA MALAVITA

Il suo ex vicino di casa adesso è sorpreso della rapida ascesa “sociale” di quel 20enne squattrinato: «Chi avrebbe mai detto che in pochissimi anni sarebbe diventato il bandito più famoso della regione, contrabbandiere di petrolio e trafficante di esseri umani, sino a trasformarsi adesso in poliziotto anti migranti per eccellenza, che tratta con il governo di Tripoli e persino con quello italiano?», si domanda.

CRIMINALITÀ, UN AFFARE DI FAMIGLIA

Adesso Ahmad Dabbashi è una delle figure di spicco della malavita, “tra le più temute e controverse della Tripolitania occidentale”. La sua struttura si sarebbe militarizzata nel 2014 e adesso sarebbe a capo della “Brigata Anis Dabbashi”, chiamata così in memoria di un suo cugino morto in uno scontro a fuoco. Ma la criminalità sembra essere di casa nella famiglia Dabbashi.

Mehemmed, anche chiamato «al Bushmenka» e fratello più giovane di Ahmad, dirigerebbe un’altra Brigata, la “48”, di cui sarebbero parte attiva anche i cugini Yahia Mabruk e Hassan DabbashiCome riporta Formiche.net sulla base di un’inchiesta della Reuters, il “gruppo armato” opera nella zona di Sabratha, considerata con Zuara (poco più a ovest) uno dei principali rubinetti del flusso migratorio.

5 MILIONI DI EURO DALL’ITALIA PER BLOCCARE I FLUSSI MIGRATORI

Ma da qualche tempo Al Amma si starebbe dedicando ad un’altra attività, molto redditizia a quanto pare. Secondo quanto riporta la stampa italiana e internazionale, a fine agosto gli uffici locali della Reuters e della Associated Press sono stati i primi a rivelare la sua conversione “da boss degli scafisti a collaboratore di primo piano con il progetto del governo italiano per il blocco dei flussi migratori”. Il servizio di intelligence della polizia locale ha spiegato al Corsera che «che ultimamente avrebbe ricevuto almeno 5 milioni di euro dall’Italia, se non il doppio, con la piena collaborazione del premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, Fayez Sarraj».

LE IPOTESI DIETRO LA “RICONVERSIONE”

“Cosa c’è dietro questo cambiamento così repentino?”, si chiede lo Spiegel. È possibile – ipotizza il quotidiano tedesco – che Dabashi avesse paura di finire su una lista di criminali di guerra. “Aiutando i leader della milizia del governo libico e le autorità italiane a bloccare il flusso di migranti Mediterraneo, potrebbe aver tentato di rendersi pulito”.

AL AMMU NEGA QUALSIASI COINVOLGIMENTO

Al Ammu, però, nega tutto. Secondo quanto riporta il Times, Dabbashi ha negato le accuse di contrabbando e il coinvolgimento nell’affaire italiano, spiegando che la sua brigata, che si compone di 500 uomini e fa parte del ministero della difesa del governo, stava solo controllando la costa. «Abbiamo incontrato il governo di unità per contrastare l’immigrazione clandestina aiutando la sicurezza di Sabratha», ha spiegato.

 

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