L'analisi di Andrea Mainardi

Due Papi in vita che si incontrano, si salutano e si abbracciano. Un inedito. L’emerito è seduto sul divano, il regnante sulla poltrona. Inversione dei ruoli. I protocolli prevederebbero il contrario: seduta di rilievo sarebbe il divano, quindi per Francesco, la poltrona per Benedetto XVI. Tra i due c’è tale sintonia che le forme passano in secondo piano. Interno giorno: salottino studio della Villa Pontificia di Castel Gandolfo. È il 23 marzo 2013. Francesco è Vescovo di Roma da 10 giorni. Benedetto ha rinunciato. Sul tavolino davanti ai due papi ci sono uno scatolone e sopra un plico bianco. Cosa c’è dentro? Le carte del lavoro della commissione cardinalizia istituita per fare chiarezza sul primo Vatileaks. Quella commissione che scavò oltre le indagini della magistratura vaticana che individuò un solo responsabile: il maggiordomo Paolo Gabriele, condannato – poi graziato da Ratzinger – per avere passato ai giornali e a Gianluigi Nuzzi documenti riservati che il lancio editoriale del suo libro “Sua Santità” descriveva a maggio 2012 come “Le carte segrete di Benedetto XVI”. Sono passati più di cinque anni. Le fughe di documenti dalla Santa Sede non sono affatto cessate. Ma si è andati oltre. Dagli autentici dell’epoca, a quelli altrettanto certificati della seconda ondata (regnante Francesco), agli ultimi. Scivolati nella categoria del verosimile, forse o completamente artefatti, sulla storia di Emanuela Orlandi. Il punto è che il leaks dal 2012 è intorno alla Santa Sede operazione in servizio permanente ed effettivo. “Attività fiorente come non mai”, conclude un suo articolo sulle ultime vicende il vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli.

Le ultime in cronaca da Oltretevere riaprono tante domande. Prima. Joseph Ratzinger dalle otto di sera del 28 febbraio del 2013 non è più pontefice. Che Benedetto XVI abbia rinunciato o sia morto è indifferente: non è più regnante. Inizia la sede vacante. Da poco si sono chiuse le finestre del palazzo sul lago che a Roma il cardinale camerlengo come da procedura inizia a sigillare gli appartamenti pontifici abitati dall’ormai ex Papa. Tutte le carte del pontificato rimangono blindate e saranno consegnate al successore. Eppure Ratzinger, il bavarese attentissimo alle forme e al rispetto dei ruoli, ha scelto di portare con sé alcuni documenti. Solo quelli. Vuole essere lui a consegnarli direttamente a chi verrà dopo di lui alla sede di Pietro. E lo fa, il 23 marzo. Al netto di una smentita, le carte che si è portato fuori da Roma riguardano solamente vicende legate alla prima Vatileaks.

L’11 luglio dello stesso anno Papa Francesco firma il suo primo motu proprio per riformare il codice penale vaticano. C’è dentro anche l’inasprimento delle pene per chi trafuga documenti e rivela notizie riservate. Eco di reazione al primo Vatileaks, con dossier e lettere variamente pubblicate. La legge non tarderà molto ad essere applicata da un tribunale vaticano, per l’esplodere del secondo Vatileaks. Al banco degli imputati in questo caso sono chiamati, tra gli altri, l’ex segretario della Prefettura degli affari economici Lucio Vallejo Balda e la pr Francesca Immacolata Chaouqui.

Quelle vicende come si collegano alle ultime uscite sulla vicenda Orlandi? Indizi si possono rintracciare, tra l’altro, tra le pagine del libro “Nel nome di Pietro” della stessa Chaouqui. Il riferimento è alla scomparsa di documenti da una cassaforte della Prefettura degli affari economici ai tempi del lavoro di Cosea, la commissione di studio voluta da Francesco per studiare le riforme economiche vaticane. “Alla fine i fascicoli ricompaiono, spediti da mano ignota agli uffici della Prefettura”, scrive Chaouqui. Che spiega: “C’è il dossier su un vescovo molto potente e sulle delicate questioni legate a un’eredità ricevuta quando era nunzio in Francia. Ci sono i resoconti delle spese ‘politiche’ di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra fredda e di Solidarnosc. C’è il carteggio tra il banchiere Michele Sindona e il faccendiere Umberto Ortolani, che il Vaticano avrebbe cercato in capo al mondo. C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta”.

Settembre 2017, Emiliano Fittipaldi, che insieme a Gianluigi Nuzzi è stato tra i protagonisti del secondo Vatileaks, con la pubblicazione di carte del lavoro di Cosea, oggi pubblica un documento sul caso Orlandi. Sulla cui fragranza lo stesso cronista dell’Espresso non ha certezze. Sarebbe la nota delle spese “sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi” di cui Formiche.net ha riassunto qui. Fosse autentico, lo avrebbe firmato il cardinale Lorenzo Antonetti, all’epoca del preteso documento presidente dell’Apsa. Antonetti prima di essere chiamato all’amministrazione del patrimonio della Santa sede, la banca centrale del Vaticano, è stato nunzio in Francia. Nelle cassaforte della Prefettura scassinata nel marzo 2014 c’era anche un dossier sul prelato, scomparso nell’aprile 2013? Ma soprattuto: perché in una cassaforte della Prefettura erano custoditi documenti relativi ad attività non direttamente riconducibili alle attività dell’allora ministero dell’economia vaticana?

Scrive Fittipaldi anticipando stralci del suo nuovo volume in uscita che il documento relativo alla vicenda Orlandi “esce certamente dal Vaticano”. Pone una questione: “O è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate. In entrambi i casi, un pezzo di carta inquietante”. Perché, analizza, “fosse un documento non genuino, significherebbe che gira da almeno tre anni un dossier devastante fabbricato ad arte per aprire una nuova stagione di ricatti e di veleni in Vaticano”. E soprattutto: “Se non è davvero stato scritto dal cardinale Antonetti, chi l’ha redatto con tale maestria, e chi l’ha poi messo, anni fa, nella cassaforte della Prefettura?”. Già. Chi?

Quasi mezzo miliardo di lire investito per gestire un sequestro di persona. “Fosse vero – taglia corto il vaticanista Andrea Tornielli – il Vaticano dovrebbe essere non riformato, ma definitivamente chiuso”. Ma che il documento sia un falso lo hanno già evidenziato i più attenti osservatori di questione vaticane. La sala stampa della Santa Sede lo ha definito “falso e ridicolo”. Al netto del linguaggio ecclesiale, due aggettivi meno semplici di quanto appaiano. Il “ridicolo” pare riferito a chi cerca di tirare le fila di un ennesimo caso che sul fatto storico probabilmente esploderà sordo. Rimangono però altre domande. Perché chi lo ha passato a Fittipaldi e al Corriere della Sera ha deciso di farlo uscire? Perché in questa fase della vita della Chiesa? Andando a toccare uno dei nervi più scoperti e gravi delle vicende vaticane degli ultimi cento anni: la scomparsa di Emanuela Orlandi. Una vicenda mai chiarita intessuta “di ricatti e depistaggi”: “Un fatto oggettivo e ben documentato”, per rubare l’analisi di Tornielli. Ma chi inquina i pozzi oggi? O il dossieraggio inaugurato ai tempi di Benedetto XVI e proseguito con Francesco è ormai diventata semplicemente routine?

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