L'intervento di Gianni Bessi, consigliere regionale Pd in Emilia Romagna ed esperto di energia

…e chi è devoto del giovane lord dell’ammiragliato britannico, diventato poi un gigante della geopolitica e della storia, non può non essere sobbalzato imbattendosi il 14 agosto scorso in una notizia che pare quasi una nemesi storica.

“Il consiglio ha ratificato l’Accordo di Parigi che ha oltre 191 paesi come firmatari. Il governo ha deciso di ridurre entro il 2030 l’intensità delle emissioni di carbonio del Paese fino al 35% rispetto ai livelli del 2005, soddisfacendo sempre più le esigenze energetiche con le energie rinnovabili e il gas naturale”. Sembra una dichiarazione di un Paese europeo, non diciamo dell’Italia per non essere troppo ironici, invece è un brano tratto da un documento del Consiglio dell’Unione dell’India circa un anno fa.

Fa riflettere molto come fonti autorevoli indiane siano convinte che nel 2030 sia raggiungibile il target del 25% di gas naturale nel mix energetico, che sarebbe di 970 mmscmd (34 bcfd): si tratta di una crescita di 7 volte nei prossimi 15 anni. Per soddisfare questo livello di domanda bisogna raggiungere una giusta combinazione di gas naturale domestico e Gnl importato.

È per questo che la nostra curiosità sull’India non è casuale: House of Gas, d’altronde, non crede al caso.

L’Unione dell’India nel 2050 potrebbe superare gli Usa come seconda economia del mondo, e certe dichiarazioni non le fa tanto per farle. Certo, sta diventando sempre più la “Factory of the world” e ancora dipende per il 57% dal carbone. Ma vuol giocare un ruolo da protagonista anche nella grande corsa all’oro azzurro. A partire dalle iniziative della diplomazia degli abbracci del premier Modi, che non ha risparmiato nessun contatto, da Putin a Trump.

Poi basta seguire i progetti nazionali e statali, guidati dal governo, sull’ampliamento delle infrastrutture di approvvigionamento e distribuzione di gas nelle coste orientale o occidentale, basato su hub come Gujarat, sul progetto Dhamra Lng o sul potenziale sviluppo delle scoperte di gas di acqua profonda Mahanadi.

Al di là di altri nomi esotici che si leggono nei piani industriali tutto questo ci conferma che la catena del valore del gas è ora una priorità per l’elefante indiano. Se non bastasse, il governo di Nuova Delhi ha effettuato massicci investimenti per controllare il 30% delle quote del giacimento mozambicano di Rovuma Area 1 (che è vicino a quello di Area 4, dove azionista di riferimento è la nostra Eni) attraverso le società controllate Oil India (10%), Bharat Prl Ventures Mozambique B.V. (10%), Ongc Videsh Limited (10%).

Dulcis in fundo, ma ritornando all’incipit di questo articolo, chi è devoto del giovane lord dell’ammiragliato britannico, diventato poi un gigante della geopolitica e della storia, non può non avere sobbalzato imbattendosi il 14 agosto scorso, il giorno precedente al 70 esimo anniversario dell’indipendenza indiana (15 agosto 1947) nella dichiarazione battuta dalle agenzie di Dharmendra Pradhan, ministro indiano del Petrolifero e Naturale Gas:
“Sarà bene avere uno studio pilota per esaminare se possiamo utilizzare il Cng o il Gnl come combustibile per navi che potrebbero essere più convenienti e più pulite rispetto agli altri combustibili utilizzati per le navi”,

Insomma, l’India ha in mente un piano ambizioso per alimentare le navi militari (warship) a biocarburante. Ai produttori statali è stato chiesto di studiare la compatibilità del gas naturale nei motori da guerra senza compromettere l’efficienza delle navi. Anche qui non crediamo a caso. E non male come nemesi storica che la prossima rivoluzione della logistica navale militare sia analoga a quella avviata da Winston Churchill, come abbiamo visto facendo un breve viaggio a ritroso nella storia, con un salto nel futuro che vede protagonista l’ex colonia più famosa dell’impero britannico.

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