La reazione della Santa Sede alle interviste concesse ieri da Libero Milone, ex revisore generale dei conti, non s’è fatta attendere. Contro di lui, ha detto all’agenzia Reuters il comandante della Gendarmeria (pesantemente tirato in ballo da Milone) Giandomenico Giani, “ci sono prove evidenti, inconfutabili”. Ancora più duro il sostituto della Segreteria di stato, mons. Angelo Becciu (nella foto): “E’ andato contro tutte le regole e stava spiando le vite private dei suoi superiori e dello staff, incluso me. Se non avesse accettato di dimettersi, lo avremmo perseguito in sede penale”. Becciu ha anche spiegato che il Papa era stato informato dell’indagine e delle prove raccolte”.

L’INCHIESTA APERTA DA TEMPO

Sul Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini elenca oggi gli elementi dell’inchiesta conoscitiva aperta dal Promotore di Giustizia vaticano ben prima delle dimissioni coatte di Milone. Si parla apertamente di uno “scontro che si sta consumando Oltretevere”, con il timore “che sia cominciato il terzo capitolo Vatileaks, con nuovi documenti segreti che potrebbero essere stati veicolati all’esterno o comunque essere materia di nuovi ricatti interni alle gerarchie ecclesiastiche”.

OBOLO E CLINICHE

Due dossier, in particolare sarebbero finiti sotto osservazione. Il primo ha a che fare con la sanità cattolica, “con la possibile dismissione di alcune strutture tra le 650 cliniche e i due ospedali che fanno parte del patrimonio”. Il secondo, invece, conterrebbe informazioni circa la gestione dell’obolo di San Pietro, cioè del fondo che raccoglie quanto dai fedeli elargito al Pontefice. Ci sarebbero poi, sempre secondo Sarzanini, altri dossier “dedicati ad alcune spese, anche personali di prelati, diventate materia di interesse proprio per chi era stato chiamato da Papa Francesco a occuparsi della supervisione di conti e bilanci di tutti gli organismi, uffici e istituzioni della Santa Sede”.

L’ATTICO DI BERTONE E IL RUOLO DI MILONE

Gli occhi sono puntati sull’indagine relativa all’attico dell’ex segretario di stato Tarcisio Bertone. Il tribunale vaticano sospetta che per ristrutturare quell’immobile” siano stati usati 422 mila euro della Fondazione del Bambin Gesù”, avvantaggiando l’impresa di Gianantonio Bandera. In realtà, si legge sul Corriere, “quell’indagine è servita a confermare i buchi nei bilanci dell’ospedale pediatrico di Roma e di moltissime altre strutture sanitarie, dando vigore allo scontro interno che riguarda proprio la destinazione finale di cliniche e ospedali. Una battaglia che alla fine avrebbe coinvolto lo stesso Milone, visto che il suo incarico prevedeva anche l’analisi dei conti che riguardano proprio quella parte di patrimonio”.

LA GESTIONE DEI FONDI

Ecco che allora tornano a galla vecchie questioni. “La possibilità che uno dei motivi d’attrito on le gerarchie vaticane riguardasse la volontà di Milone di sapere in che modo fossero gestiti i fondi dell’obolo era filtrata pochi giorni dopo le sue dimissioni, quando era già apparso con evidenza che quella scelta fosse in realtà l’epilogo di uno scontro durissimo tra il manager e la segreteria di stato”.

LA DOMANDA SENZA RISPOSTA

C’è una domanda che però da ieri circola in modo insistente: se le prove contro Milone sono “evidenti e inconfutabili”, per quale motivo non si è ritenuto di procedere contro di lui?

Condividi tramite