L'articolo del vaticanista Matteo Matzuzzi

Che l’Asia rappresentasse uno dei punti qualificanti del pontificato non vi sono mai stati dubbi. E non c’entra solamente il fatto che il Papa è un gesuita e quindi naturalmente portato a guardare a oriente. Jorge Mario Bergoglio, poi, sognava di fare il missionario in Giappone. C’entra proprio la vocazione missionaria, il desiderio di abbracciare un continente sterminato dove il cattolicesimo fa ancora grande fatica a trasmettere il suo messaggio. I numeri, che saranno sì pure freddi ma qualcosa dicono, lo testimoniano.

UN CONTINENTE CHE RESTA INESPLORATO

Pochi cattolici e raggruppati in alcune zone ben evidenti. Francesco, in questo primo quadriennio sul Soglio di Pietro, ne ha visitate diverse: Filippine, Corea del Sud, Sri Lanka. Benedetto XVI, in quasi otto anni di pontificato, non era mai andato oltre la Terra santa, eccezione fatta per la Giornata mondiale della gioventù di Sydney, in Australia. Francesco ha recuperato e lui stesso lo ammise nel 2013, ricordando che Ratzinger non aveva fatto in tempo a recarsi in Asia.

LA SCELTA DELLA TAPPA AUTUNNALE

Quello che compirà tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, sarà il suo terzo viaggio nell’area. La meta scelta è il binomio Myanmar-Bangladesh. Viaggio prima quasi annunciato, poi rimandato e infine confermato. Una settimana da seguire con attenzione, si tratterà di un passaggio assai delicato. Sono terre dove le rivalità etniche e religiose spesso sfociano in fenomeni di violenza, dove l’odio etnico è profondamente radicato. I segnali in questo senso ci sono tutti.

COSA HA DETTO FRANCESCO

E’ sufficiente considerare quanto sta accadendo alla minoranza dei Rohingya, in Myanmar, perseguitata e costretta alla fuga. Francesco, lo scorso 27 agosto all’Angelus, ha lanciato un appello in loro favore. Niente di particolare né di troppo diverso da quanto abitualmente il Papa dice in segno di vicinanza a popolazioni colpite da persecuzioni, calamità, lutti. Bergoglio aveva parlato delle “tristi notizie sulla persecuzione della minoranza religiosa dei nostri fratelli rohingya”, auspicando per loro “i pieni diritti”. E’ forse questo accenno ai “diritti” ad aver in qualche modo allarmato la conferenza episcopale del Myanmar, che prontamente ha manifestato il proprio disappunto, con tanto di invito al Papa a non nominare più i rohingya. E se proprio deve farlo, non li chiami per nome.

LA RISPOSTA DEI VESCOVI LOCALI

Immediato il clamore, tant’è che è dovuto intervenire l’arcivescovo di Pyay, cioè della diocesi che comprende i territori abitati dai rohingya, per chiarire, confermando però che essendo tale parola “un tema sensibile”, “sarebbe meglio non usarla durante la visita”. Raymond Gam, vescovo ed ex direttore della Caritas nazionale, è stato ancora più esplicito: “Mi preoccupa che oggi il problema dei rohingya è molto delicato dal punto di vista politico e che la scelta delle parole del Papa potrebbe avere un impatto negativo su altre persone. Abbiamo paura che il Papa non abbia informazioni abbastanza accurate e rilasci dichiarazioni che non riflettono la realtà”, ha detto ad AsiaNews.

LE PREOCCUPAZIONI DEI CATTOLICI

Sono elementi, questi, che indicano quanto delicata sia la tappa birmana del viaggio papale in Asia. Soprattutto perché le sottolineature in favore dei rohingya hanno allarmato non solo la maggioranza buddista del paese, ma anche la sparuta minoranza cattolica, timorosa che lo storico viaggio si possa ridurre a una tappa umanitaria, dove l’incontro con i fedeli cattolici sia solo una delle tappe previste e non il cuore del pellegrinaggio.

L’OBIETTIVO RESTA LA CINA

Intanto, mentre si parla di un viaggio in India nel 2018 (prima, comunque, ci sarà quello in Perù e Cile), prosegue la strategia di avvicinamento all’Asia. Il sogno è sempre quello che porta alla Cina. Prima, però, sarà fondamentale risolvere le insolute questioni ancora sul tavolo che dividono la Santa Sede e Pechino, causando sofferenze ai cattolici locali. E’ di questi giorni la notizia del tentativo di demolire una chiesa per sostituirla con una piazza aperta al popolo. Solo in seguito alle proteste della popolazione, con uomini e donne che hanno manifestato davanti alle ruspe, le autorità hanno deciso di sospendere l’operazione. In ogni caso, il fatto è un sintomo di quanto delicato e aperto sia ancora il capitolo delle relazioni sino-vaticane.

Condividi tramite