“Il nostro outlook sul sistema bancario italiano rimane negativo”. Un giudizio che “riflette la continua pressione affinché si riduca il grosso stock di crediti problematici, in un ambiente in cui ci sono scarse opportunità di raccogliere capitale, una profittabilità persistentemente debole e una significativa esposizione al debito governativo italiano. Solo in parte mitigato da un lieve miglioramento della crescita economica e da minori influssi di crediti in sofferenza. Un declino nello stock obbligazionario dei clienti retail aumenterà le perdite attese per i correntisti e per i bondholder di titoli senior unsecured in caso di risoluzione”. Parole come pietre quelle che aprono il report di Moody’s, datato 17 ottobre, che ha fatto infuriare il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: “In questi ultimi mesi la questione degli Npl ha subito un’accelerazione positiva e gli stock delle sofferenze sono diminuiti del 25% da inizio anno” e per questo “il giudizio che dà Moody’s non è rappresentativo della realtà”, ha sibilato il titolare del Tesoro.

Cerchiamo di capire più nel dettaglio cosa significa questa previsione della società di rating. Intanto, l’outlook riflette la visione di come il merito di credito evolverà nei prossimi 12-18 mesi e nel caso delle banche italiane, spina nel fianco del nostro sistema, il merito di credito potrebbe dunque peggiorare ulteriormente. I motivi sono essenzialmente cinque.

Crescita economica modesta e NPL
Il primo, una crescita economica moderata, sotto quella degli altri Paesi. secondo Moody’s l’1,3% di incremento del PIl atteso per il 2018 “contribuirà a far aumentare i volumi di business ma non sarà probabilmente sufficiente a creare significativo incremento del reddito”. Ed è vero che i problemi degli NPL gradualmente caleranno, ma poiché la maggior parte delle banche tenteranno di tagliare gli incagli con soluzioni interne perché “la loro cessione comporterebbe la ricerca di capitali freschi, oggi difficili da raccogliere”, questo comporterà per alcuni istituti pressione per aumentare la copertura previsione sugli incagli.
A dicembre 2016 i crediti problematici in Italia ammontavano a 349 miliardi di euro, la quota maggiore in Europa e una percentuale del 17,3% degli impieghi lordi totali, più di tre volte della media europea al 5,1%. Questi crediti sono più che triplicati in dieci anni. E le coperture sono anche esse progressivamente aumentate dal 2013, “posizionandosi oggi al 51% contro 39% del 2011 e del 2012”, scrivono da Moody’s.

Sempre maggiori accantonamenti e sempre minor sostegno pubblico
Ancora, è vero che nel 2018 ci saranno minori afflussi di crediti problematici e questo migliorerà la profittabilità, ma è altrettanto vero che il reddito da accantonamento rimarrà sotto pressione. Alcune banche continueranno a richiedere ricarichi pesanti sulle perdite per prestiti molto elevati per facilitare le operazioni di prestito problematico.

Quarto problema: il profilo di finanziamento è buono, ma le obbligazioni retail che giungono a scadenza eroderanno la protezione dei titolari.
I finanziamenti delle banche italiane arrivano principalmente dai depositi mentre la domanda wholesale è modesta. Se il volume delle obbligazioni retail in garanzia si contrae, si riduce la protezione degli obbligazionisti senior e dei titolari di depositi in uno scenario di risoluzione.
Infine, il sostegno pubblico recente non è indicativo di un trend di lungo termine. “Il governo italiano ha recentemente fornito un sostegno finanziario agli obbligazionisti di titoli bancari e alle banche fallite – scrive Moody’s – lavorando sia all’interno che all’esterno dei vincoli della direttiva europea su Recovery and Resolution (BRRD). “Ci aspettiamo che il governo assuma un approccio più rigoroso, una volta affrontate le questioni legacy delle banche”.
Insomma, l’appello politico è lanciato e sembra un parlare diretto a Padoan: passi per le venete, ma non ce ne saranno altre.

Manca il necessario consolidamento
E nel frattempo restano sul tappeto i problemi strutturali: il sistema italiano resta frammentato con le prime cinque banche che detengono il 50% della quota di mercato, rispetto all’80% delle cinque maggiori del Regno Unito e della Francia e del 70% della Spagna. La Germania ha una situazione più vicina a quella domestica, con i primi cinque istituti che si dividono il 60% del mercato. “Le maggiori operazioni di M&A sono avvenute prima del 2008: Banca Intesa e Sanpaolo Imi, Unicredit su Capitalia, Montepaschi che ha acquisito Antonveneta e una serie di transazioni che hanno dato vita a Banco Popolare e Ubi. Con la crisi i movimenti si sono esauriti e hanno ripreso quota nel 2016 grazie a migliori condizioni economiche e alla necessità di tagliare i costi… oggi le transazioni sono cadono in quattro categorie. Merger per generare economie di scala e offrire una miglior piattaforma di prodotti per i cliente (come quello tra Banco Popolare e BPM); ai fini di salvataggio, come quello che nel 2016 ha visto banca Ubi acquisire Banca Marche, Etruria e CariChieti, con il sostegno del governo. Ancora, consolidamento imposto per legge, come quella che ha riguardato le 313 banche di credito cooperativo e infine, le opportunità cross-bordar, la più importante nel 2017 ha visto l’unità di asset management di Pionner finire sotto egida di Amundi”. Insomma, nulla che faccia presagire una reale evoluzione del mercato.

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