La Corte costituzionale ha respinto oggi in Camera di Consiglio le questioni di legittimità sollevate da quattordici tribunali italiani e una sezione della Corte dei conti sul decreto Poletti sulle perequazioni pensionistiche, varato dal governo Renzi nel maggio del 2015, accusato dai proponenti di violare i principi di proporzionalità e adeguatezza del trattamento previdenziale. Relatrice è stata la giudice costituzionale Silvana Sciarra (in foto). In giudizio erano presenti sia l’Inps sia la presidenza del Consiglio dei ministri. In aula per l’Avvocatura dello Stato Gabriella Palmieri. Ecco il giudizio della Consulta e da dove nasce la vicenda scaturita nella decisione della Corte.

IL GIUDIZIO DELLA CORTE

Al termine dalla camera di consiglio la Corte Costituzionale ha comunicato di aver “respinto le censure di incostituzionalità del decreto-legge n. 65 del 2015 in tema di perequazione delle pensioni, che ha inteso ‘dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015’. La Corte ha ritenuto che – diversamente dalle disposizioni del “Salva Italia” annullate nel 2015 con tale sentenza – la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”.

DALLA LEGGE FORNERO AL DECRETO POLETTI

All’esame della Consulta era il cosiddetto bonus Poletti, ossia il decreto legge del maggio 2015 con cui il governo di Matteo Renzi si adeguava ai dettami dei giudici costituzionali che il mese prima con una sentenza sempre a firma della giudice Sciarra, avevano bocciato la norma Fornero che bloccava per gli anni 2012-2013 la perequazione automatica delle pensioni con importo mensile di tre volte superiore al minimo Inps. ovvero circa 1.450 euro lordi.
Il decreto sul bonus Poletti ha previsto una restituzione della rivalutazione secondo questo schema: il 100% solo per le pensioni fino a 3 volte il minimo Inps, il 40% per gli assegni tra 3 e 4 volte il minimo, il 20% per quelli tra 4 e 5 volte e il 10% per quelli tra il 5 e 6 volte. Niente rimborsi per chi percepiva oltre 6 volte il minimo.

L’IMPATTO SUI CONTI

Ieri, il legale dell’Inps, Luigi Caliulo, ha stimato che, al netto delle restituzioni già pagate dall’entrata in vigore del decreto del 2015, una bocciatura del decreto Poletti sarebbe potuta costare allo Stato circa 30 miliardi di euro.
“Tale cifra, contenuta nelle memorie che gli avvocati dell’Inps avevano trasmesso alla Consulta, è stata ricavata dalla relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione del decreto Poletti” si legge su Il Giornale.

I RICORSI

La decisione di oggi della Consulta respinge tutte le motivazioni contenute nei ricorsi dei tribunali valutando la legittimità del decreto legge. Per i giudici che hanno sollevato le questioni di legittimità il decreto Poletti era in contrasto con i principi costituzionali di proporzionalità e adeguatezza del trattamento previdenziale, inteso come retribuzione differita, che trova il suo riferimento negli articoli 36 e 38 della Costituzione. Nelle ordinanze si lamentava anche la violazione del giudicato costituzionale, in relazione alla sentenza sulla norma Fornero, e la violazione del principio di ragionevolezza.

Alcuni giudizi, si legge su Il Corriere della Sera, “hanno sollevato anche una questione di costituzionalità sulla disposizione, contenuta nella legge di stabilità 2014, con cui, oltre a escludere anche per l’anno 2014 la perequazione per le pensioni di importo superiore a 6 volte il valore minimo, si disciplina il meccanismo di blocco della rivalutazione fino al 2016 (poi prorogato sino al 2018 dalla legge di stabilità 2016 ). Nelle ordinanze di rimessione si sottolineava che questa disciplina, non coordinata con quella dettata nel 2011 e modificata nel 2015, fosse anch’essa in contrasto con i principi espressi dagli articoli 36 e 38 della Costituzione”.

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