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Umberto Pizzi, 80 anni da maestro di fotogiornalismo

Umberto Pizzi l’ho frequentato spesso nei miei lunghi anni romani durante la mia direzione dell’Ansa. Da sempre amico delle parole ma, ancor più, delle immagini, ho sempre considerato Pizzi, fin da quando l’ho conosciuto, un maestro nella sua professione. Pizzi infatti è un fotografo naturale e assoluto.

Quando sta lavorando (cioè sempre), tu incontri Pizzi, l’uomo Pizzi, non la sua macchina fotografica. I suoi colleghi invece sono più bardati di strumenti che non le forze speciali dei marines al momento di uno sbarco. Sono delle attrezzature trasportate dagli uomini. “Più che la macchina fotografica, serve lo sguardo”, diceva Pizzi a un giovane fotografo, “la macchina fotografica viene dopo, e serve solo a bloccare ciò che hai visto, e ritenuto meritevole di essere immortalato fra le cento cose che, in ogni istante, potresti vedere”.

(CHI C’ERA A FESTEGGIARE UMBERTO PIZZI A VILLA LA FURIBONDA. LE FOTO)

E a una giovane fotografa che gli chiedeva chi era il personaggio che gli stava davanti e che lei si apprestava a riprendere, Pizzi, rispose, placido e sornione come è sempre: “Non preoccuparti di sapere chi sia. Se una persona che ti sta davanti ti interessa e ti intriga, tu scatta la foto, subito, immediatamente. Dopo, ma solo dopo, avrai modo e tempo per chiedere a chiunque chi è colui che hai ritrattato”.

Un altro giorno, in occasione di una grande festa romana in un parco, con grandi personaggi dello spettacolo, mentre un nugolo di paparazzi li cingeva da vicino, sparando raffiche di flash e spintonandosi l’un l’altro come se fossero una mandria di bisonti scatenati, per riprendere, in fondo, la stessa sequenza, vidi Pizzi, appartato nella penombra. Sembrava annoiato. Gli dissi: “A Umbe’, perché non scatti?”. Mi rispose: “Fra 10 minuti, tutti questi fotografi, dopo il loro grande assalto, se ne andranno. E io avrò tutto il tempo per strizzare il meglio da questo incontro, quando quelli da ritrarre avranno abbassato la guardia. Io desidero ritrarli nature, al loro stato naturale, quando loro non hanno più tempo o voglia di interessarsi di me mentre io invece continuo ad aver voglia di fotografare loro”.

(GLI 80 ANNI DI UMBERTO PIZZI RACCONTATI DALLE SUE FOTO)

Non so se qualche università o accademia abbia mai invitato Pizzi a tenere dei corsi nei quali fornire alle nuove generazioni il distillato della sua sterminata esperienza professionale. Non credo. Da noi infatti, specie nella scienza della comunicazione (che scienza non è), vale troppo spesso il principio che “Chi sa, fa. E chi non sa, insegna”. Ma se Pizzi non è stata chiamato a nessuna cattedra di fotogiornalismo (che avrebbe sicuramente strameritato) ci hanno rimesso le università e le giovani generazioni di fotoreporter. Non certo lui che dei pennacchi se ne impipa e di riconoscimenti pure.

Per fortuna, Pizzi lascia, a chi vuole imparare il suo mestiere, delle foto memorabili, testimonianze vissute di un’epoca, documenti storici di una lunga stagione politica e sociale. Bene ha fatto quindi Michele Arnese, un giornalista e un direttore quarantenne che stimo e apprezzo, ad associare ogni giorno le foto di Pizzi agli articoli di spessore che Formiche.net dedica alla politica italiana e internazionale e al mondo dell’economia. I due generi sembrano discosti mentre invece sono complementari. Si arricchiscono a vicenda. Come dimostrano giganti del nostro mestiere, mai sufficientemente ricordati in quest’epoca che non ha passato, come Leo Longanesi e Arrigo Benedetti.

(CHI SI È FATTO FOTOGRAFARE ASSIEME A UMBERTO PIZZI. FOTO D’ARCHIVIO)

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