Carlo Tavecchio si è dimesso. E ha fatto bene. Anzi, benissimo. Era ora. D’altronde, dopo il clamoroso fallimento degli azzurri – fuori dai Mondiali per la prima volta dal 1958 – e dopo l’ultima settimana di polemiche infuocate, rimpalli di responsabilità e attacchi incrociati, all’ormai ex numero uno della Figc non è che fossero rimaste tante altre possibilità. Il suo consenso in seno al consiglio federale è andato sgretolandosi minuto dopo minuto, anche per via delle stilettate arrivate dal presidente del Coni Giovanni Malagò e dal ministro per lo Sport Luca Lotti. E pure per la secca critica manifestata da un numero sempre crescente di componenti del calcio italiano, in primis dall’associazione dei calciatori guidata da Damiano Tommasi. Tavecchio ha prima provato a rimanere aggrappato alla poltrona, ma alla fine – come era giusto che fosse – si è convinto al passo indietro.

Intendiamoci, non è che l’Italia non si sia qualificata ai mondiali dell’estate prossima per sua colpa esclusiva: la nostra Nazionale – per quanto di qualità nettamente inferiore rispetto a molte altre del passato – aveva comunque tutte le armi a disposizione per superare un avversario non eccelso come la Svezia e staccare un biglietto destinazione Russia. Ma così non è andata. Giampiero Ventura ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, fino all’harakiri del doppio confronto di dieci giorni fa in cui è arrivato a schierare in campo una formazione senza capo né coda, con giocatori all’esordio (vedi Jorginho), impiegati fuori ruolo (vedi Florenzi) oppure ritirati fuori dal cilindro dopo mesi di oblio (vedi Gabbiadini). Il tutto lasciando in campo fino al novantesimo minuto tre difensori centrali – a fronte dell’impalpabile presenza offensiva della Svezia – e rinunciando a giocatori comunque insostituibili come il veterano Daniele De Rossi e il napoletano Lorenzo Insigne, in questo momento il talento migliore che il calcio italiano offra, non a caso titolarissimo nella squadra che ad oggi guida la serie A.

La responsabilità tecnica di questo fallimento storico, dunque, è soprattutto di Ventura. Che, però, a guidare la Nazionale c’è arrivato non per caso ma perché scelto da qualcuno. Poco conta che in queste ore sia emerso come il suo nome fosse stato consigliato da Marcello Lippi. A capo della Federazione c’era Tavecchio ed è inevitabile e fisiologico che sia stato chiamato anche lui a risponderne. Come accade in qualsiasi organizzazione, quando le cose non vanno – e stavolta per l’Italia, davvero, sono andate malissimo – a pagare devono essere prima di tutto i vertici. Funziona così ed è giusto così.

A patto, però, che dopo aver individuato i responsabili non si continui poi a procedere allo stesso modo come se nulla fosse. Insieme con Tavecchio, dovrebbero ora lasciare tutti o quasi tutti coloro che in questi anni hanno rivestito ruoli apicali. Per dar vita a un nuovo corso che parta da un dato di fondo inequivocabile: la crisi d’identità e di qualità attraversata dal calcio italiano. Non da lunedì scorso o dall’avvento di Tavecchio e Ventura, ma in fondo da più di dieci anni quando cioè una delle migliori generazioni di sempre – quella di Buffon, Cannavaro, Nesta, Totti, Del Piero, Pirlo e tantissimi altri – si eresse sul tetto del mondo nel 2006. Da allora l’Italia ha iniziato a perdersi, nonostante le due ottime apparizioni agli Europei del 2012 e del 2016. Ma ai Mondiali in Sudafrica e poi in Brasile la crisi si era vista già tutta: poco talento e scarsa programmazione. Eppure si era pensato che potesse bastare Tavecchio, con tutti i suoi limiti e tutte le sue gaffe – a partire da quella di Opti Poba – per cercare di metterci una pezza e continuare a far finta di niente. Un uomo che non avrebbe dovuto neppure essere scelto e che poi – nel momento dell’insuccesso – ci ha anche messo una settimana per decidere di andarsene.

Il destino, però, non ha seguito i piani di chi sperava di cavarsela con qualche pannicello caldo quando invece sarebbe stata necessaria una cura da cavallo. E così la situazione è andata ulteriormente peggiorando fino al punto di rendere inevitabile la resa dei conti di oggi. Adesso è probabile che il presidente del Coni decida di commissariare la Figc: se esistono le condizioni, lo faccia pure. L’importante è che si occupi di ricostruire il nostro calcio dalle fondamenta, a partire dai programmi per proseguire poi con la scelta degli uomini giusti. Non c’è bisogno di ricordare quanto sia importante il pallone nel nostro Paese, dal punto di vista sociale per la passione che muove e pure sotto il profilo economico, visto l’indotto che è in grado di generare. Che lo tengano tutti bene a mente prima di far rivivere all’Italia e agli italiani un altro fallimento di questo tipo.

 

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