L’intelligence non vuole delegittimare i partiti filorussi. L’analisi del prof. Germani

L’intelligence non vuole delegittimare i partiti filorussi. L’analisi del prof. Germani
Conversazione con Luigi Sergio Germani, direttore dell'Istituto Gino Germani di Scienze sociali e Studi strategici e uno degli autori di "The Kremlin's Trojan Horse 2.0: Russian Influence in Greece, Italy and Spain"
I malumori del Pd riguardo le presunte smentite dell’intelligence italiana sulle interferenze russe nella campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale del 2016 trovano conferma in un’intervista realizzata dal Foglio e ripresa oggi dall’agenzia specializzata Cyber Affairs.
A parlare è il professor Luigi Sergio Germani – direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze sociali e Studi strategici e uno degli autori di “The Kremlin’s Trojan Horse 2.0: Russian Influence in Greece, Italy and Spain”, rapporto sul tema presentato lo scorso 15 novembre al Centro studi americani di Roma – secondo il quale i servizi segreti italiani, “a differenza di altri paesi dell’Unione europea non vogliano” parlare “pubblicamente” delle attività d’influenza russe in Italia.
LA VERA NOVITÀ
Per lo studioso, “la novità” emersa dalle audizioni di Mario Parente (Aisi) e Alberto Manenti (Aise), non è che i servizi italiani smentiscono l’esistenza di un problema russo, piuttosto “che per la prima volta i servizi dicono pubblicamente che potenzialmente un problema di disinformazione russa c’è, anche se poi lo minimizzano. Finora nel loro rapporto annuale”, prosegue Germani, “riferendosi a problemi del genere avevano trattato di Stato islamico, o di un generico ‘Stati esteri'”.
IL MODUS OPERANDI
 
A detta del professore, infatti “non è vero che non ci sia stato hacking. Attacchi di sospetta matrice russa contro obiettivi istituzionali italiani”, ha spiegato a Maurizio Stefanini, “ci sono stati. I dati sottratti, però, non sono stati dati in pasto al pubblico a scopo di disinformazione. Cioè, non c’è stato hacking con passaggio successivo di informazioni sensibili a siti come Wikileaks, secondo il modello che abbiamo visto all’opera negli Stati Uniti, dove le mail del partito democratico sono prima violate, poi copiate e infine messe su Internet. Peraltro quel modello non si è visto neanche nella campagna elettorale in Germania, malgrado i tedeschi se lo aspettassero: un po’ per i precedenti di Stati Uniti e Francia e un po’ per i cyberattacchi che obiettivi politici e istituzionali tedeschi avevano ricevuto nel 2015″.
LA SITUAZIONE IN ITALIA
 
“In Italia”, invece, continua il professore nella sua conversazione col quotidiano diretto da Claudio Cerasa, “le interferenze sono state soprattutto di natura mediatica e di disinformazione, più che di hacker. Più che interferenze si trattava di attività di influenza – non sempre palese – tramite media amici e molti siti web. Si possono ipotizzare active measures russe come quella di Russia Today che ha fatto dezinformatsia su una manifestazione pro Renzi, facendola passare per anti-Renzi”.
LE RAGIONI DEL SILENZIO
 
Per Germani, tuttavia, è difficile dire se tanto sia bastato ad influenzare il referendum del 2016. “Indubbiamente è un impatto che è difficile misurare. Penso che i servizi segreti abbiano monitorato queste campagne di influenza. Però l’impressione è che, a differenza di altri paesi dell’Unione europea non vogliano parlarne pubblicamente”. La ragione di questa scelta, secondo il professore è la seguente: “Secondo me, il governo non vuole irritare i russi. E’ la tradizionale politica di posizionarsi come migliore amico di Mosca nel blocco occidentale. Poi non vogliono essere accusati di delegittimare i partiti filorussi”, conclude l’esperto.
ultima modifica: 2017-12-16T16:00:32+00:00 da Pietro Di Michele

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: