Dove va l’industria europea della difesa?

Dove va l’industria europea della difesa?
L'articolo pubblicato sulla rivista Airpress

Molte cose sono cambiate e stanno cambiando nel mercato europeo della difesa. A iniziare questa nuova fase sono state una serie di iniziative sul fronte della domanda. Le diverse istituzioni dell’Unione europea sembrano aver trovato finalmente la volontà e la capacità di sviluppare una capacità comune di difesa e sicurezza, da molto tempo auspicata ma mai realizzata. I pianeti sembrano essersi allinea- ti, seppur con qualche approssimazione, e si è riusciti a definire prima una Strategia globale, poi la sua articolazione nel campo della sicurezza e difesa; nel frattempo si sono individuate una serie di misure per favorire la ricerca tecnologica e lo sviluppo industriale di nuovi equipaggiamenti indispensabili per mettere le Forze armate europee in condizione di affrontare le nuove sfide.

L’integrazione del mercato europeo della difesa sarà d’ora in poi perseguita non solo attraverso il “bastone” (le normative comuni messe a punto nel 2009 per acquistare gli equipaggiamenti militari e per trasferirli all’interno del territorio europeo), ma anche con la “carota” (i finanziamenti della Commissione alle attività di ricerca e di sviluppo). La previsione di uno stanziamento di più di 11 miliardi di euro, con una fase sperimentale di 590 milioni nei prossimi tre anni e una fase operativa di 10 miliardi e mezzo dal 2021 al 2027, ha risvegliato un forte interesse da parte di tutti gli attori, dalle Forze armate al mondo della ricerca e, soprattutto, dell’industria, dalla grande alla piccola. Anche perché una parte di questi nuovi fondi sarà erogata come co-finanziamento e quindi dovrà essere accompagnata da stanziamenti nazionali, con molteplici vantaggi: incentivare la collaborazione intergovernativa e superare le ancora diffuse logiche nazionali; favorire il raggiungimento di dimensioni adeguate nella produzione di nuovi equipaggiamenti; raccordare l’innovazione nel campo militare a quella più generale dello sviluppo tecnologico dell’Unione; portare a una maggiore comunalità dei mezzi in servizio; dare all’opinione pubblica un forte messaggio di impegno per rafforzare la sicurezza dei cittadini, del territorio e del nostro sistema politico, economico e sociale.

La struttura dell’industria europea dell’aerospazio, sicurezza e difesa non ha conosciuto grandi cambiamenti negli ultimi quindici anni, a parte la riorganizzazione del settore dei lanciatori in campo spaziale e di una parte del settore dei veicoli terrestri. D’altra parte, non vi sono stati incentivi a muoversi verso una maggiore concentrazione, ma soprattutto una razionalizzazione basata sulle aree di eccellenza. Di fronte a mercati rimasti frammentati a livello nazionale e in assenza di nuovi grandi programmi di collaborazione intergovernativa, non vi erano sufficienti ragioni per cambiare. In un certo senso gli stessi successi conseguiti dai grandi gruppi europei in campo internazionale hanno favorito più la logica dell’ognuno per conto proprio che non quella del cercare segmenti in cui convergere.

Certo, questi successi, raggiunti spesso con una competizione tra imprese europee, sono stati ottenuti a caro prezzo, soprattutto cedendo sul delicato fronte dei trasferimenti tecnologici, ma nel mondo industriale si tendono a premiare i risultati immediati più che le prospettive strategiche. Il rilancio dell’Europa della difesa riapre, però, i giochi soprattutto su quattro piani:

1 La concentrazione in alcuni settori rimasti troppo frammentati (veicoli terrestri, unità navali, velivoli da combattimento, siluri, comunicazioni).
2 La razionalizzazione di alcuni grandi gruppi sulla base di un modello di business più specializzato.
3 Il superamento della dimensione nazionale della supply chain per arrivare a una dimensione europea che premi i fornitori più competitivi e innovativi, indipendentemente dalla loro nazionalità.
4 La costruzione di un livello intermedio di imprese europee in grado di collaborare con le grandi in una logica di partnership e non solo di subcontractor.

In questo contesto, l’Italia ha un’occasione importante, forse unica, per assumere un maggiore ruolo. Da una parte, attuando le linee indicate nel Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, dall’altra, continuando a partecipare attivamente alle nuove iniziative europee. Ma i prossimi programmi per lo sviluppo di nuovi equipaggiamenti richiederanno anche nuove risorse finanziarie, introvabili in un bilancio della Difesa ridotto all’osso. Non è un problema della Difesa, ma dell’intero governo. Di questo dobbiamo essere tutti consapevoli.

Michele Nones è consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai)

ultima modifica: 2018-01-06T16:10:25+00:00 da Michele Nones

 

 

 

 

 

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