Donald Trump ha mostrato un volto meno divisivo sui temi di politica interna, apparendo però ancora più assertivo sul fronte esterno. Conversazione con Giovanni Castellaneta, diplomatico, già ambasciatore italiano a Washington

Con il discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump ha mostrato un volto meno divisivo sui temi di politica interna, apparendo però ancora più assertivo sul fronte esterno. Ha infatti un sapore amaro la costatazione dell’assenza nell’intervento del presidente dei temi di solidarietà internazionale e del riferimento alla storica alleanza con il continente europeo. Così Giovanni Castellaneta, diplomatico, attuale segretario generale dell’Iniziativa adriatico-ionica (Iai), presidente di doBank e ambasciatore d’Italia a Washington dal 2005 al 2009, ha commentato il primo e controverso discorso sullo State of Union del presidente degli Stati Uniti d’America.

Ambasciatore, di discorsi sullo Stato dell’Unione ne ha sicuramente ascoltati diversi. Come le è sembrato il primo di Donald Trump?

Mi sembrato un discorso molto concreto, un intervento che segue quello che il presidente degli Stati Uniti aveva detto la scorsa settimana al World economic forum di Davos. I due interventi sono stati meno divisivi rispetto alle precedenti uscite di Trump, il quale, sotto la spinta delle delle prossime elezioni di mid term (che si terranno a novembre, ndr), cerca di allargare la platea di sostenitori ricorrendo a toni più distesi, senza però negare la propria base elettorale.

Come riassumerebbe lo State of Union del presidente Trump?

Il discorso potrebbe essere diviso in due grandi aspetti, uno di politica interna e uno proiettato invece all’esterno. Sul fronte interno, riguardo i grandi temi dell’immigrazione, del bilancio federale, e dell’ingente progetto per le infrastrutture, il presidente si è mostrato sicuramente meno divisivo. Al contrario, sul fronte esterno, proiettato sul mondo della sicurezza e dei rapporti internazionali, Trump è apparso più assertivo e, questa volta, divisivo. In particolare, mi riferisco all’intenzione di rivedere i trattati internazionali che, secondo lui, l’America non ha sfruttato a pieno, aspetto che potrebbe mettere in pericolo il commercio internazionale su cui si fonda lo sviluppo del mondo. In definitiva, è stato un discorso abbastanza presidenziale, ma senza le aperture ideologiche e le grandi visioni che contraddistinguono generalmente i presidenti democratici, dotati tendenzialmente di una visione più mondiale.

C’è qualcosa che si sarebbe aspettato di sentire e che invece non ha trovato nell’intervento?

Sicuramente mi sarei aspettato una maggiore serenità internazionale e una maggiore considerazione dell’Europa, che invece dovrebbe essere l’alleato naturale degli Stati Uniti. È mancato dunque quell’afflato culturale e ideologico a cui eravamo abituati. Questo fa certamente parte della natura di Donald Trump, persona concreta abituata soprattutto ai rapporti di business. Eppure, non sentire il presidente degli Stati Uniti parlare di temi come la solidarietà internazionale è una costatazione piuttosto amara.

Come spiega in questo l’assenza di temi come il rapporto con l’Europa o con la Nato? Quale messaggio arriva al Vecchio continente?

Anche questo rientra nella natura del presidente, che nasce nell’attività commerciale e imprenditoriale. Trump predilige il dialogo bilaterale, improntato al business to business, e applica questa inclinazione anche alla sua azione politica. Organizzazioni come l’Unione europea o la Nato sono considerate meno efficaci rispetto a un dialogo a due, nel quale si può discutere e negoziare. D’altronde, a mancare non è solo il riferimento all’Europa e all’Alleanza atlantica ma anche alla Nafta, all’Onu e all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), cioè a tutto un mondo di organismi internazionali in cui Trump non ripone grande fiducia.

Tra gli aspetti che hanno destato più clamore c’è sicuramente la richiesta di supporto al Congresso per l’aumento e l’ammodernamento dell’arsenale nucleare americano. Che ne pensa?

La politica di difesa resta uno dei temi centrali della presidenza Trump. Nei mesi scorsi, il presidente ha chiamato a raccolta gli alleati sulla necessità di un maggior impegno nei temi della difesa. Visto che non ci sono state grandi risposte, credo che questa sia la sua naturale reazione, come a dire: “Di fronte alle minacce poste dalla Corea del Nord facciamo da noi, rimodernando l’arsenale per dotarci dei mezzi più adatti a un (speriamo mai) conflitto nucleare”.

L’economia, anche in ambito internazionale, è il tema dominante dell’amministrazione Trump. Dopo l’elezione del 2016, lei scrisse, proprio su Formiche, del revival protezionista che sarebbe scaturito dalla presidenza del tycoon. È ancora di quell’idea?

Certo, non ho cambiato idea, per quanto la stessa posizione possa essere negoziata. Il protezionismo è la chiusura delle frontiere, e alzare le barriere tariffarie non giova a nessuno. Dopo un anno di presidenza, Trump ha affinato il suo pensiero a riguardo, ma un atteggiamento protezionistico rimane. L’intenzione del presidente americano è proteggere il mercato per evitare che ci sia concorrenza sleale. Se venisse a mancare questo presupposto, non ci sarebbe bisogno di barriere. Inoltre, bisogna considerare che la visione protezionista va adattata ai tempi. Sotto certi aspetti, tale concetto è superato, soprattutto in un mondo nel quale i prodottoti reali hanno un peso minore rispetto al passato, rispetto ai prodotti dell’informatica e dell’elettronica che non hanno frontiere. Ormai le più grandi società nel campo dell’informatica e dell’IT (Information technology) sono presenti in tutto il mondo e parlare di protezionismo potrebbe essere controproducente.

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