Il ministro spezza il silenzio dell'esitazione del suo governo e bacchetta chi ancora prova a far cambiare idea alla Gran Bretagna

“Lasciare l’Ue è motivo di speranza, non di paura”. È Boris Johnson che parla. Il ministro che ha educato gli inglesi e l’Europa a non accontentarsi di mezze misure, spezza il silenzio dell’esitazione del suo governo e bacchetta chi ancora prova a far cambiare idea alla Gran Bretagna. I Remainers.

Avverte che trattenere l’Inghilterra ancorata alle leggi dell’Unione, dopo la Brexit, sarebbe una decisione “intollerabile, antidemocratica”. Non vuole tradire il suo Paese, invertire l’esito del referendum sarebbe “disastroso” e non vorrebbe che di questa responsabilità si caricasse la May. E nemmeno vuole che l’arroganza dei cosiddetti “remainers” intacchi il momento delicato. Al Policy Exchange di Westminster, il ministro degli Esteri inglese, poco fa, ha provato a mettere i puntini sulle i. Su tutte.

Per Boris Johnson i benefici dell’uscita dall’unione doganale sono evidenti, e quindi il popolo britannico “non dovrebbe avere nuove leggi dall’estero”. E del mercato unico farà volentieri a meno. Dice.

Ma la pausa netta che vorrebbe che la Gran Bretagna si prendesse da tutte le regole di Bruxelles, mette pressione a Theresa May, già assillata da troppi pensieri. Non ultime quelle voci che la vogliono prossima all’addio. Al suo posto? Ovviamente Jacob Rees Mogg. Ma sono voci, e intanto cerca compromessi per compiacere una o l’altra fazione del suo Gabinetto. Si lamentano gli addetti ai lavori.

E alcuni tories ora iniziano a temere che il segretario degli Esteri possa uscire dal governo, nel caso in cui, il primo ministro dovesse tentare la carta di una Gran Bretagna che non va per la sua strada dopo la Brexit. D’altronde per Boris Johnson il fatto che l’Inghilterra abbandoni la barca dell’Ue rappresenta “il più grande progetto della nostra epoca”. E per il The Sun ha scritto, “quando i libri di storia verranno scritti ancora con nuove pagine, la Brexit sarà vista come l’ultimo modo in cui gli inglesi hanno contrastato l’odierna tendenza e hanno preso l’iniziativa – e fatto qualcosa che rispondesse ai bisogni e alle opportunità del mondo oggi”. E, ancora, “solo riprendendo il controllo delle nostre leggi e delle imprese gli imprenditori del Regno Unito avranno la libertà di innovare, senza il rischio di dover rispettare direttive elaborate da Bruxelles che renderebbe impossibili gli affari di libero scambio”.
Mentre la stampa giudica “disonesto e profondamente cinico” quanto afferma Johnson, la sinistra inglese vacilla e Theresa May patisce nuove dosi di pressione.

Eppure recentemente il primo ministro ha chiarito che la Gran Bretagna non cederà alle lusinghe dei burocrati di Bruxelles. Aggiungendo che lasciare l’Ue significa “riprendere il controllo dei soldi, delle frontiere, delle leggi dell’Inghilterra”, e quindi “lasciare il mercato unico e l’unione doganale e costruire una partnership commerciale completamente nuova con l’Ue”. Pare, allora, che una Brexit più dura sia davvero all’orizzonte. Più dura di tutte le più recenti dichiarazioni.

Sarà per questo che la May volerà prossimamente a Berlino? Incontrerà la cancelliera tedesca mentre Philp Hammond ha iniziato il suo tour per l’Europa al fine di mostrare le attrattive della Brexit. Forse il momento delicato della storia politica della Merkel giocherà a favore del primo ministro inglese, così da avere un sostegno in più nel periodo di transizione.

Intanto il Paese aspetta la May e gli obiettivi che dichiarerà nei prossimi giorni. Terrà un discorso alla Withehall nel quasi anniversario di quello alla Lancaster House: quando per la prima volta dichiarò che voleva il Regno Unito fuori dal mercato unico e dall’unione doganale.

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