Il deficit commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina è cresciuto come mai negli ultimi nove anni, nonostante Trump abbia dichiarato di volerlo abbattere

Durante il suo primo Discorso sullo Stato dell’Unione (Sotu), Donald Trump, tra le varie esaltazioni del suo operato nel suo primo anno in office, ha detto che l’attuale amministrazione ha “girato pagina su decenni di accordi commerciali ingiusti che hanno sacrificato la nostra prosperità e allontanato le nostre aziende, i nostri posti di lavoro e le nostre ricchezza”. Ma a guardare i dati sembra che non sia proprio così. In generale, nel 2017, il deficit commerciale totale degli Stati Uniti è salito a 566 miliardi di dollari, il 12,1 per cento in più rispetto al 2016, con il dato mensile di dicembre che ha toccato i 53,1 miliardi (il dato peggiore degli ultimi nove anni).

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Soprattutto se lo sguardo si posa sulla Cina, nemico trumpiano perché è una potenza globale (e globalizzante), emblema di quello sbilanciamento commerciale che il presidente considera il male che ruba prosperità alla produzione americana – da difendere con le policy America First, come per esempio i dazi sull’importazione di celle fotovoltaiche, di cui la Cina, insieme alla Corea del Sud (partner con cui c’è qualche screzio e distanza), è il maggior produttore al mondo, e dunque a tutti gli effetti sono un atto di guerra commerciale indiretto contro Pechino.

Trump ha promesso più volte di abbassare il deficit commerciale con la Cina, anche perché l’amministrazione lo considera come una sorta di test per estendere questa filosofia a decine di altre nazioni con cui gli Stati Uniti soffrono la differenza tra import ed export (tra queste, anche l’Italia). Ma nel 2017 il gap con Pechino ha toccato livelli record: gli acquisti statunitensi di beni e servizi cinesi lo scorso anno sono stati superiori di 375 miliardi di dollari rispetto agli ordinativi cinesi dagli Stati Uniti, a comunicarlo è stato il dipartimento del Commercio (conferma di quello che da qualche settimana viene ventilato).

I sindacati, che avevano creduto nel Trump dell’America First non l’hanno presa bene: “Come candidato, il presidente ha promesso di ridurre il deficit commerciale, porre fine agli inganni della Cina, fermare il commercio sleale di acciaio e alluminio e invertire l’ondata di posti di lavoro persi a causa del commercio”, ha detto Leo Gerard, presidente di United Steelworkers, il più grande sindacato del Nord America, con quasi un milione di iscritti: “Nonostante molte promesse, i lavoratori sono ancora in attesa di un nuovo approccio”.

L’aumento del deficit, secondo il segretario al Commercio, Wilbur Ross, è legato all’aumento della capacità di acquisto dei cittadini americani, collegato questo alla crescita economica. Insomma, se da un lato l’economia americana spinge e corre veloce, aspetto di cui il presidente si intesta tutti i meriti (e attorno a cui ha girato il suo primo Sotu), dall’altro c’è lo squilibrio commerciale con paesi come la Cina (da cui per esempio vengono computer o elettrodomestici) cresce; conseguenza del boom economico è anche il calo di Wall Street, perché gli investitori iniziano a temere che la Fed possa cambiare politica sui tassi, rialzandoli, data la crescita.

Crescita che per altro arriva in un momento che fa segnare anche la quasi piena occupazione, e dunque la maggiore domanda interna – derivante anche dalla nuova politica fiscale che dovrebbe lasciare più soldi in tasca ai contribuenti – sarà sopperita con le importazioni; a meno che le aziende non decidano di ampliare la propria produttività, ma anche, l’acquisto delle nuove attrezzature potrebbe coinvolgere import dall’estero.

Ross però ha cercato di rassicurare la base trumpiana, che davanti a certi numeri (ammesso abbia reale interesse a leggerli in modo scevro da narrazioni politiche) potrebbe sollevare dubbi: il segretario, alleato di Trump dalla prim’ora, ha detto che il presidente riuscirà a equilibrare la situazione con una politica commerciale più aggressiva: “Le iniziative del presidente hanno bisogno di tempo per concretizzarsi” (inutile aggiungere che Trump in campagna elettorale prometteva cambiamenti repentini). Il 2018 viene considerato l’anno in cui le policy pseudo-protezionistiche e la guerra commerciale con la Cina potrebbe iniziare, ma la questione divide il potere trumpiano.

La Reuters fa notare che le politiche dei dazi “potrebbero rivelarsi politicamente popolari con i sostenitori della classe operaia di Trump, in particolare negli stati duramente colpiti dalla chiusura delle fabbriche e dalla concorrenza delle importazioni”, tuttavia “gli economisti dicono che probabilmente farebbero ben poco per cambiare la traiettoria di crescita del deficit commerciale complessivo, che è legato più a fattori macroeconomici”. Mentre le politiche dirette contro le importazioni da certi paesi possono funzionare per modificare quello specifico deficit commerciale, è improbabile che invertano la tendenza generale: come dire, Washington potrebbe ridurre il gap con Pechino, ma aumentare quello con la Thailandia, scrive il New York Times. Il 2018.

 

 

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