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Se la Cina è meno vicina. Anche per i democratici Usa

Pechino, mahbubani

La scorsa settimana, mentre i i cinesi in giro per il mondo erano intenti a festeggiare il Capodanno e la tv di Stato CCTV coglieva l’occasione per diffondere un claim propagandistico in cui (come fa notare il corrispondente del New York Times dalla Cina) il presidente Xi Jinping viene descritto come una sorta di entità aliena padre della patria, è uscito un importante saggio sulle relazioni tra Pechino e Washington.

La politica decennale dei rapporti tra cinesi e americani è più o meno un fallimento, scrivono su Foreign Affairs Kurt Campbell e Ely Ratner, consiglieri e funzionari in due nevralgiche amministrazioni democratiche, quella Obama e quella Clinton. Da quando Richard Nixon scrisse nel 1967, proprio sulla rivista edita dal Council of Foreign Relations (riferimento per le questioni di politica estera), che il mondo non sarebbe stato sicuro “finché la Cina non cambierà”, dicono gli autori, la visione filosofica più che strategica americana ha girato intorno alla “ipotesi che l’approfondimento dei legami commerciali, diplomatici e culturali avrebbe potuto trasfromare lo sviluppo interno della Cina e il comportamento esterno”.

Quest’ipotesi che la potenza americana riuscisse, con le sue contaminazioni e con le sue pressioni (con la sua egemonia), a plasmare la Cina su una traiettoria gradita a Washington, secondo Campbell e Ratner, s’è rivelata sbagliata; ed è tanto più evidente adesso, in un momento in cui la Cina è pressata da un’amministrazione dichiaratamente avversa a Pechino, alle sue politiche economiche e sostanzialmente al suo atteggiamento internazionale su tutti i campi, ma non sposta di un millimetro la sua rotta.

L’amministrazione Trump ha trovato spinta anche sugli annunci anti-Cina che hanno caratterizzato la campagna elettorale del candidato vittorioso Donald Trump e i suoi primi passi in office. Le accuse di corresponsabilità (strategiche e premeditate) sul dossier nordcoreano, gli strali contro il commercio ingiusto, la serie di posture intraprese nel Pacifico per bloccare l’azione imperialista cinese e sostenere gli alleati storici, per esempio.

Tuttavia, nel 2017 (ossia, nel primo anno pieno di Trump-presidente) lo sbilancio commerciale tra Washington e Pechino – obiettivo per abbattere il quale Trump continua a promettere la guerra commerciale contro la Cina – è cresciuto con percentuali che non si vedevano da nove anni; la Camera di commercio americana ha riportato che l’anno scorso otto società statunitensi su dieci hanno riferito di essersi sentite meno accette in Cina rispetto agli anni precedenti, e più del 60 per cento aveva poca o nessuna fiducia che la Cina avrebbe aperto ulteriormente i suoi mercati nei prossimi tre anni; mentre il presidente americano è sembrato quasi sedotto dall’accoglienza calda che il suo omologo cinese gli ha fatto trovare a Pechino durante una visita di stato storica (è l’arte del deal trumpiana, si dirà: sarà).

Né le minacce militaresche nel Mar Cinese Meridionale, né gli annunci di una guerra sulle importazioni cinesi in America, degli ultimi tempi; tanto meno ha funzionato l’atteggiamento inclusivo e diplomatico che nelle ultime decadi ha diviso il dibattito politico dai falchi che credono solo nella continua pressione che Pechino dovrebbe subire per via del primato americano. Sostanzialmente, scrivono i due autori, l’abbinamento del bastone e della carota non ha funzionato perché è evidente che la Cina non ha interesse ad essere inserita nel sistema d’ordine globale pensato, voluto, sentito, dagli Stati Uniti e dall’Occidente.

Nel 2007, l’allora premier Wen Jiabao ha definito l’economia cinese “instabile, squilibrata , scoordinata e insostenibile”, gli americani credevano che sarebbe stato il momento per allettare Pechino con le riforme, si sono avvicinati  (dal 2006 era in negoziazione un trattato di investimento bilaterale), ma piuttosto che aprire il paese a una maggiore competizione, il Partito comunista cinese, intento a mantenere il controllo dell’economia, ha invece iniziato un processo opposto, di consolidamento dello stato; e  certe politiche industriali continueranno (vedere per esempio il piano “Made in China 2025” che mira a promuovere i la tecnologia nazionale in settori delicati, come l’aerospaziale, la biomedicina e la robotica).

Il saggio è ancor più interessante se si pensa che è stato redatto da due pensatori democratici, incarnazione delle visioni di politica estera dei Dem, molto considerati tra i vertici del partito. E dunque, allora: sta cambiando qualcosa nel modo in cui la politica americana sta vedendo il dossier Cina a livello bipartisan?

L’esperto di Cina Bill Bishop, autore di una newsletter di grandissimo successo, ha parlato con James Mann, a lungo corrispondente a Pechino per il Los Angeles Times e nel 2007 autore di un libro – considerato ai tempi esplosivo – sul rapporto tra Washington e Pechino (“The China Fantasy“). Mann teorizzava i presupposti per un cambiamento di visione; sostanzialmente scriveva: i governi americani stanno invogliando la Cina con il libero mercato per ottenere che Pechino diventi una realtà più aperta, ma cosa succederebbe se i cinesi continuassero ad espandere la propria economia restando un sistema di potere chiuso, lontano dallo standard occidentale di diritti umani e “sprezzante della democrazia”?

Mann fa notare che quello che viene scritto nel saggio per FA deve essere abbinato con quanto messo per la prima volta nero su bianco nella National Security Strategy del governo americano, resa pubblica qualche mese fa. Nel documento programmatico strategico di Washington, a cui Trump ha voluto dare particolare risalto personalizzandone la presentazione ai cittadini, la Cina viene indicata come una potenza rivale con cui concorrere; diverso da quando Joseph Nye dirigeva l’ufficio Asia del Pentagono e spiegava che “se trattassimo la Cina come un nemico, in futuro ci garantiremmo un nemico. Se trattassimo la Cina come un’amica, non potremmo garantire l’amicizia, ma potremmo almeno tenere aperta la possibilità di risultati più positivi”, o di quando l’ex segretario Colin Powell spiegava ai congressisti durante la sua audizione di conferma che “la Cina non è un nemico e la nostra sfida è mantenerla in questo modo”. E dunque: a Washington sta cambiando il pensiero mainstream e su come confrontarsi con la Cina in modo bipartisan?

In definitiva, per Cambpell e Ratner serve di affrontare la Cina con maggiore umiltà, riconoscendo “quanto la nostra politica sia venuta meno alle nostre aspirazioni”: da questo, Washington potrebbe concentrarsi meglio sul proprio potere di confronto, evitando però, scrivono, “l’approccio conflittuale senza essere competitivo” di questo primo quarto di amministrazione Trump.

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