Giuseppe Dentice spiega a Formiche.net l'accordo "storico" con cui Israele esporterà gas in Egitto, elemento cruciale per il futuro degli equilibri del Mediterraneo orientale

Israele ha firmato un accordo “storico” per la fornitura di gas naturale all’Egitto: lo ha annunciato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (suo il virgolettato). L’intesa è stata chiusa dall’israeliana Delek Drilling, insieme al partner americano Nobel  Energy, e prevede la vendita di 64 miliardi di metri cubi di gas per un  periodo di dieci anni alla compagnia egiziana Dolphinus Holdings. Il bene utilizzato sarà intanto quello del giacimento Tamar, mentre quando sarà pronto, fra un paio d’anni, sarà utilizzato anche il gas dell’altro grande reservoir, Leviathan.

Netanyahu, che vive una delicata situazione interna (la polizia lo vorrebbe incriminato per corruzione, frode e qualcosa come l’abuso di fiducia, in due casi distinti) ha sottolineato che l’accordo “farà entrare miliardi nelle casse dello Stato, che in seguito saranno spesi per l’istruzione, la sanità e il welfare a favore dei cittadini  israeliani”. Il premier israeliano ha ricordato che “erano in molti a non  credere nel progetto del gas, che noi abbiamo adottato poiché sapevamo che avrebbe rafforzato la nostra sicurezza, la nostra economia e i  nostri rapporti regionali, ma sopra ogni altra cosa avrebbe rafforzato i cittadini israeliani. Questo – ha concluso – è un giorno di festa”.

Ma l’intesa ha una lettura che esula dall’interesse strettamente israeliano e richiede la ricostruzione del complesso quadro regionale, spiega a Formiche.net Giuseppe Dentice, Ph.D Student Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, e Ispi associate research fellow nel programma Mediterraneo e Medio Oriente. “Partendo dal punto centrale, la bilateralità dell’accordo, possiamo dire che si tratta di un altro elemento nell’ottica del consolideamento dei rapporti tra i due Paesi”, spiega.

Israele ed Egitto condividono un territorio di confine, la Penisola del Sinai, dove da anni sono in atto operazioni discrete di anti-terrorismo e intelligence contro i gruppi locali, che dal 2014 si sono sintetizzati nella cosiddetta Provincia del Sinai dello Stato islamico, un hub che, con la perdita di territorio nel Siraq, è divenuto via più centrale per l’organizzazione baghdadista.

Dobbiamo tenere conto che questo accordo sul gas si basa su un incidente diplomatico, spiega Dentice ricostruendo un po’ di storia, e anche per questo è importante: “Nell’aprile del 2012 l’Egitto interruppe unilateralmente la fornitura che garantiva a Israele attraverso il gasdotto Arish-Ashkelon: si stavano affacciando al potere i Fratelli musulmani, che contestavano al precedente governo di vendere gas agli israeliani a prezzi bassi con dinamiche corrotte. Il flusso fu garantito solo verso la Giordania, con cui la Fratellanza ha maggiori affinità rispetto a Israele, il quale  fece ricorso a un arbitrato internazionale: e vinse, ottenendo il diritto a un risarcimento da 2 miliardi di dollari”.

Ora il gasdotto Arish-Ashkelon, di proprieta’ dell’operatore East Mediterranean Gas Company (Emg), è in disuso dal 2011 (più volte attaccato anche dai gruppi terroristici del Sinai) ed è tra le opzioni valutate per trasportare il gas da Israele all’Egitto, trasferendolo prima in Giordania e successivamente in territorio egiziano attraverso la città israeliana di Nitzana – insomma seguendo la rotta inversa, dato che l’Egitto da paese esportatore, per necessità legate al consumo interno, è dovuto diventare importatore, e le scoperte geologiche hanno permesso la trasformazione più o meno inversa di Israele.

L’idea di usare il cosiddetto “Gasdotto arabo” è un’alternativa temporale nell’attesa della costruzione di infrastrutture in quel tratto di mare, il Mediterraneo orientale, che è un interesse strategico per l’Europa. Bruxelles vorrebbe costruire un sistema tra Grecia, Cipro, Israele, che coinvolga anche l’Egitto, che possa sfruttare le infrastrutture presenti e crearne di nuove (per esempio il gasdotto EastMed) per convogliare il gas, e creare così un mercato unico a controllo europeo in quella zona che via via si scopre più ricca.

La questione è di primario interesse per l’Italia: l’Eni ha scoperto anni fa in Egitto un giacimento record, Zohr, su cui ha ricevuto concessioni d’estrazione e ha recentemente reso noto che un reservoir simile è stato individuato tra le acque di Cipro, Calypso è il suo nome, dove per altro la ditta italiana ha già in mano altre concessioni. Si ricorderà che una decina di giorni fa la nave “Saipem 12000”, che – come precisano dalla società – è stata “noleggiata” dall’Eni per attività estrattive nel pozzo Calypso, è stata bloccata dalla marina turca. Il motivo formale è che si stava muovendo in acque dove sono in corso attività militari, ma la ragione più infima è che Ankara detesta che Cipro si muova autonomamente, o meglio in partnership con l’Ue, sulle questioni energetiche.

“La Turchia è il grande sconfitto di questo accordo tra Egitto e Israele”, aggiunge l’analista dell’Ispi. Ankara negli ultimi due anni ha cercato di affacciarsi in quella regione mediterranea per giocare un ruolo centrale (l’obiettivo di diventare “un mega hub energetico”, si scriveva su queste colonne quattro anni fa, ndr), anche ricostruendo i rapporti con Israele, fondamentalmente per questioni legate al gas, proponendosi come dealer: d’altra parte Tel Aviv ha pensato che un riavvicinamento ai turchi potesse essere una mossa da giocare in chiave anti-Iran e per preservare le attenzioni che gli israeliani hanno sui movimenti iraniani in Siria”, ma così non è stato, perché Ankara di fatto ha poca presa nelle dinamiche di questa nuova stagione del conflitto siriano.

“Molto di quello che fa Israele è da leggere in chiave sicurezza: la Turchia è meno utile al momento dell’Egitto. Il Cairo non solo è un partner con cui combattere insieme i baghdadisti del Sinai e tenerli lontani dal confine israeliano, ma può anche essere un buon alleato contro l’Iran, sia per i collegamenti con l’asse del Golfo, sia perché i suoi politici hanno ottima presa su Hamas e sulle altre organizzazioni palestinesi”.

Da qui, aggiunge Dentice, va tenuto conto che la mossa verso l’Egitto, permette a Israele di isolare il Libano: i due paesi hanno un contenzioso aperto su acque contestate e importanti per le dinamiche del mercato energetico, su cui Hezbollah – il partito/milizia che sostiene il presidente libanese e che ha un collegamento di dipendenza con l’Iran – minaccia continuamente attacchi. (La mossa israeliana blocca anche le ambizioni iraniane che vorrebbero uno sbocco mediterraneo, via Siria, forse sfruttando parte del progetto Tanap, che porterà il gas azero in Europa?).

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