La premier inglese è in Cina per visite e contatti economici. ​Con un atteggiamento ​ancora molto prudente

Theresa May ha iniziato il suo viaggio in Cina, con l’obiettivo profondo di cercare un contatto diretto con Pechino e creare uno spazio indipendente per il Regno Unito che sta iniziando a preoccuparsi per i colpi futuri della Brexit (per dire, solo nel giro degli ultimi giorni, il governo è stato costretto dalla Camera dei Comuni a pubblicare un report analitico in cui si dimostra che Londra starà peggio fuori dall’Ue, e Bruxelles avrebbe deciso di rifiutare l’accordo sul settore dei servizi finanziari).

May cerca uno sfogo a Oriente, seguendo la linea precedente: sotto la guida di David Cameron, la Gran Bretagna ha spalancato le sue porte agli investimenti cinesi, andando oltre alle preoccupazioni per i diritti umani, alla ricerca di quella che fu definita “un’epoca d’oro” nelle relazioni bilaterali (le esportazioni inglesi verso la Cina sono aumentate del 60 per cento dal 2010, anche se il governo Brown aveva fissato il raddoppiamento come obiettivo).

Ma May, che con la Cina ha avuto sempre un passo più cauto, potrebbe anche farsi portavoce delle preoccupazioni occidentali circa l’iniziativa Obor (One belt, one road), il grande piano geopolitico con cui il potentissimo presidente Xi Jinping sta creando i presupposti di una Cina leader globale ricalcando in chiave moderna il tessuto commerciale della Via della Seta. Fonti da Downing Street hanno confermato anonimamente al Guardian che il governo inglese non ha firmato un memorandum che avrebbe segnato l’endorsement pubblico al progetto, e nel profondo della diplomazia cinese, fanno sapere che questa ambiguità non è stata troppo gradita a Pechino (che invece ci tiene molto: la cifra dell’interesse è nel numero totale degli investimenti previsti su Obor, 990 miliardi di dollari).

Secondo quanto scritto dal Financial Times, May si limiterà alla retorica del dire che il progetto – in base al quale la Cina sta investendo in infrastrutture in Asia e nell’Europa centrale e orientale – potrebbe contribuire alla crescita globale a patto che sia “ben implementato”, perché è vitale che l’iniziativa Belt and Road incontri “standard internazionali” anche in campo cyber security (i giornalisti del FT hanno chiesto alla loro fonte, anonima pure questa visto il momento delicato a Londra, se attualmente il governo inglese non vede il progetto come “ben implementato”, ma hanno ottenuto solo un “ne parleranno a Pechino” come risposta). I critici, sostanzialmente, dicono che il piano di Xi nasconde un’idea di fondo tutt’altro che inclusiva: portare le nazioni attraversate dalla Via della Seta sotto la sfera d’influenza cinese; una linea imperialista.

Per il quotidiano finanziario inglese, Downing Street è molto sotto pressione da parte dell’amministrazione Trump per non dare l’endorsement sull’iniziativa; gli Stati Uniti hanno recentemente dichiarato di considerare la Cina “un concorrente strategico”, e per questo, in ultima analisi, osservano la Nuova via della Seta come una crescente realtà di confronto. Londra è in stallo: non vuole perdere il contatto aperto con la Cina, mercato enorme, ma nemmeno staccarsi troppo dalla linea sostanzialmente diffidente occidentale.

L’Australia, la Germania e la Francia, così come la Commissione europea, sono state altrettanto caute nel sostenere il progetto di Xi, specialmente dopo la valutazione del crescente contraccolpo nell’Ue a causa degli squilibri commerciali e degli investimenti bilaterali con la Cina. La questione è stata sollevata pubblicamente dal presidente francese, Emmanuel Macron, durante la sua recente visita a Pechino, facendo infuriare i funzionari cinesi.

È il segno evidente che, nonostante le rassicurazioni globaliste diffuse da Pechino, c’è ancora molta circospezione nei confronti delle relazioni economiche e commerciali con la Cina. La Nuova Via della Seta di Xi è stata criticata formalmente per la mancanza di trasparenza finanziaria dei contraenti cinesi. Il FT cita un recente studio del Center for Strategic and International Studies secondo cui le aziende cinesi – con connessioni governative – hanno ricevuto l’89% dei contratti per progetti infrastrutturali sostenuti da Pechino in Asia e in Europa. May, durante la prima conferenza stampa dalla Cina, insieme al premier Li Keqiang, ha tenuto a precisare che Londra è un partner naturale della Cina anche in Obor, ma non si è parlato di protocolli congiunti.

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