L'analisi di Michele Nones, consigliere scientifico dell'Istituto affari internazionali (Iai), che invita il prossimo Parlamento, e il nuovo governo, a far uscire dalle secche il progetto di riforma delle Forze armate al fine di poter meglio affrontare le sfide del future, già incombenti

Quando il Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa fu presentato nell’aprile 2015, a molti sfuggì che se nel capitolo finale erano indicate scadenze molto ravvicinate per metterne in pratica i contenuti (al massimo sei mesi con la sola eccezione del disegno di legge di modifica delle normative in vigore per la cui predisposizione era fissato il termine di un anno), la decisione era legata all’urgenza della riforma del nostro sistema di difesa.

Il ministro e i suoi esperti avevano ben chiaro che, senza una rapida adozione di provvedimenti correttivi alcune dinamiche in atto, si rischiavano di compromettere seriamente le nostre capacità di garantire la difesa e la sicurezza del Paese. Questo stringente programma di lavoro non sollevava, peraltro, nessuna osservazione durante l’esame né da parte del Consiglio supremo di difesa (e quindi del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio dei ministri e di tutti i principali ministri), né del Parlamento. Quattro erano e sono le ragioni profonde di questa urgenza: prima di tutto, i timori per la permanente minaccia terroristica internazionale e l’instabilità politica di molti Paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa sub-sahariana, inserite in un quadro internazionale caratterizzato da un’elevata imprevedibilità e da tensioni politiche, commerciali, militari (fra il resto, le montagne russe della politica estera e commerciale, della nuova Amministrazione americana, il crescente attivismo russo, l’implosione della democrazia turca, il continuo espansionismo cinese).

Seconda ragione è la volontà di partecipare alla ripresa del processo di integrazione europea, che è stata poi accelerata dalla Brexit, evitando il ritorno a un asse franco-tedesco che relegherebbe l’Italia in secondo piano. Da una parte, quindi, una forte necessità di avere più Europa nel campo della difesa, ma, dall’altra, una altrettanto forte necessità di tutelare i nostri interessi nazionali a livello politico, militare, industriale, entrando a pieno titolo in questo processo e, come premessa, raggiungendo standard europei sul piano operativo, gestionale, finanziario, decisionale.

Terzo motivo è la consapevolezza che il vincolo finanziario richiede un modello di difesa sostenibile. La quota destinata al personale deve, quindi, essere riportata sotto controllo, scendendo dal 75% al 50% del Bilancio, attraverso la riduzione e la razionalizzazione dello strumento militare, il ridisegno della piramide gerarchica e l’integrazione interforze. Non si potranno altrimenti trovare nuove risorse per l’addestramento e il funzionamento della macchina militare (puntando al 30%) e nemmeno per l’ammodernamento degli equipaggiamenti (puntando al 20%). Il lento e progressivo incremento delle risorse destinate alla Difesa per rispettare l’impegno internazionale a raggiungere il 2% del Pil, non può essere considerato alternativo alla necessità di riorganizzare la nostra difesa e va perseguito contemporaneamente.

Ultima ragione è la preoccupazione per il progressivo invecchiamento delle nostre Forze armate, la cui età media è già di 39 anni. Una gran parte dei militari non può, quindi, essere impegnata in attività operative. Di qui la necessità di un modello basato su una consistente aliquota di personale “provvisorio” (40%). Ma per mantenere una capacità di attrazione che non faccia peggiorare la qualità del personale reclutato, è necessario creare condizioni favorevoli a un reinserimento nel mondo civile degli ex-militari, rafforzandone l’immagine nella società civile, valorizzandone le capacità professionali acquisite, promuovendone l’assunzione nelle imprese private (comprese quelle fornitrici della Difesa), mantenendoli collegati al mondo militare (anche costituendo una riserva impiegabile in caso di necessità).

Il nuovo Parlamento e il futuro governo dovranno, quindi, recuperare il tempo perso perché di fatto in quasi tre anni non ci sono stati passi avanti legislativi (a parte l’esame in Commissione Difesa del Senato). Magari valutando se, avendo comunque disegnato il quadro generale, nel nuovo quadro politico la riforma non possa essere attuata progressivamente, partendo da alcune parti più urgenti e più facilmente realizzabili.

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