Il Ceo di The Skill e direttore di Lexfest spiega il processo mediatico che si scatena attorno ai fatti di cronaca, ma non solo

Da sempre, il circo mediatico giudiziario è segnato da tre elementi: la ricerca di un capro espiatorio, la tendenza a una condanna di tipo moralistico e la nostra indifferenza verso la crudeltà. Senza questi tre elementi, il corto circuito tra informazione e giustizia e i frutti avvelenati del ripetersi ossessivo di notizie scabrose, irrilevanti e destituite di fondamento riguardanti reati e colpevoli spesso esclusivamente presunti, non sarebbero possibili. Un disastro naturale, un soccorso giunto in tempo ma dimostratosi incapace di salvare la vita di una persona, un intervento chirurgico eseguito secondo corrette procedure ma che si è concluso con la morte del paziente, sono tutti casi nei quali – al di là dell’analisi di specifiche circostanze – la ricerca comune di un “colpevole” da parte delle vittime o dei loro familiari trova un’immediata, scontata e automatica amplificazione da parte dei media. Anche quando un colpevole non c’è.

René Girard ha diffusamente indagato questa teoria per la quale la folla sceglie arbitrariamente un unico individuo ritenuto responsabile e lo annienta. Una teoria che affonda le sue radici nelle origini della cultura occidentale e che con sistematicità produce nuove vittime per le quali nessuno prova pietà: i presunti carnefici e coloro i quali sono incolpati di un reato sono letteralmente fatti a pezzi dalla furia cieca di chi cerca, appunto, il capro espiatorio, il “responsabile”, e desidera condannarlo e punirlo rapidamente per passare altrettanto rapidamente, magari con un semplice zapping, tra questo e quel canale televisivo, allo scandalo successivo.

A complicare le cose, c’è la fissazione moralistica che appassiona da molto tempo ormai, non soltanto censori e giornalisti, ma inquirenti, al punto che in informazioni di garanzia, ordinanze di custodia cautelare e motivazioni varie, troviamo non soltanto precisi riferimenti alla commissione di reati, ma abbondantissime dosi di censure moralistiche. In Elogio di Ponzio Pilato (1917), Antonio Gramsci conduce un’apologia della separazione tra il magistrato, che deve applicare il diritto positivo qualunque esso sia, dall’autorità morale cui invece spetta esprimere un giudizio di natura etica.

Gramsci sostiene che il dovere di un magistrato sia semplicemente “giudicare se un cittadino ha violato la legge, se debba essere punito e sotto quale imputazione debba essere arrestato”, senza appunto emettere giudizi morali. Infine, la crudeltà. Essa viene mostrata con sempre più disinvoltura dal sistema dei media, suscitando ogni volta di più una minor quota di sdegno. Siamo assuefatti al sangue, alla celebrazione delle più estreme perversioni sessuali, alla violenza? Bene inteso, violenza, esibizione della morte e delle pene capitali sono state parte dello spettacolo fin dai tempi dei romani e in qualche modo non ci hanno mai abbandonato, ma oggi la pietas sembra essere svanita e sopraffatta da un cinismo strumentale di categoria, ruolo, situazione, secondo regole che valgono o saltano, di volta in volta, a seconda del soggetto cui dovrebbero applicarsi. Scriveva Michel de Montaigne: “Non mi offendono tanto i selvaggi che arrostiscono e mangiano i corpi dei morti, quanto quelli che li tormentano e li perseguitano da vivi.

Anche le esecuzioni della giustizia, per giuste che siano, non posso guardarle con sguardo fermo”. Pare invece che noi, oggi, ormai, questo sguardo fermo lo abbiamo acquisito eccome, e che tale sguardo brami particolari scabrosi, nefandezze di ogni genere, vizi che appartengono alla natura umana e che da sempre (fino a pochi anni fa) potevano restare segreti, roba da far imbarazzare le fantasie di de Maistre e le narrazioni di Kafka, che oggi forniscono propellente non solo dell’infotainment, ma di un vero e proprio info-splatter-tainment. Che sono però la negazione della verità e della giustizia.​

Condividi tramite