I dati dell'Indice del divario generazionale curato dalla Fondazione Bruno Visentini consentono una lettura realistica e positiva dello scenario che può attendere i giovani nati negli anni 2000

La più grave malattia lasciataci in eredità dalla recessione è senz’altro quella che ha colpito i giovani diplomati e laureati senza ulteriore formazione e senza un’occupazione. Chiamati Neet (Not in education, employment or training) in Italia registrano numeri che farebbero impallidire anche i protagonisti de La Peste di Albert Camus. Una vera e propria epidemia che ha colpito un’intera generazione, oggi tra i ventiquattro e i trent’anni, che popola la fascia più matura dei millennials. Una peste che non solo ha colpito quella generazione, ma l’intera società.

Secondo i dati dell’Agenzia europea Eurofound i Neet “pesano” annualmente sull’economia del nostro Paese per poco meno del 2,5% del Pil. La generazione successiva, i nati nel xxi secolo e definiti generazione Z, si affacceranno sul mondo del lavoro nella decade che va tra il 2020 e il 2030. Nelle speranze e per gli impegni assunti a livello internazionale ed europeo, il contesto lavorativo di quei ragazzi dovrebbe essere assai migliore di quello dei millennials. A livello europeo i piani per il 2025 del presidente della Commissione Ue sono ambiziosi, e l’apparato di indicatori e target messi in campo dall’Agenda 2030, firmata dagli Stati a New York nel 2015, lasciano ben sperare.

Anche le più recenti analisi sugli effetti della robotizzazione, che ritengono a rischio poco meno della metà delle attuali professioni, non dovrebbero preoccupare i nativi digitali, che con ogni probabilità riusciranno ad acquisire le richieste competenze manuali e cognitive non ripetitive giudicate insostituibili anche dalle macchine di seconda generazione. Stesso discorso vale per i cosiddetti lavori sconosciuti, che, sempre i più recenti studi, saranno proprio la prevalente occupazione degli attuali studenti della scuola primaria. Viene dunque da sperare che finalmente, dopo la generazione “perduta” (i nati dopo il 1960 e sino a metà degli anni ‘80), e la generazione dei millennials, finalmente il nostro Paese potrà contare su una nuova generazione di eroi, in grado di invertire quell’ultradecennale decadenza (economica, sociale e culturale) della Penisola.

Dopo anni di sfiducia è importante, anzi necessario, pensare positivo, evitando di cadere tuttavia in due grossolani errori. Il primo è quello di pensare che l’orizzonte temporale, traguardato al 2030, appartenga alla fantascienza. Il nuovo indice del divario generazionale curato dalla Fondazione Bruno Visentini misura gli ostacoli che possono ritardare i principali appuntamenti con la vita, che evidenziano come questi ultimi rischino di diventare adulti ultraquarantenni. La logica del rinvio non è dunque più sostenibile, così come insostenibile è la difesa dei numerosi diritti acquisiti dai baby boomers. I dati sul trascinamento della ricchezza sono la prova di questa evidente rottura di contratto sociale a danno dei millennials e della generazione Z, da parte di quelli che possono essere definiti “ladri del futuro”.

Il secondo errore è quello di voler guardare quell’orizzonte temporale con i nostri occhi. Come possiamo determinare il futuro dei figli se ignoriamo la meta del loro viaggio? Come insegnare loro le competenze necessarie se neppure i professori ne sono provvisti? Ecco perché in questo frangente, la componente educativa diventa la chiave della sfida globale non solo di una generazione, ma di tutto il nostro Paese. Gli investimenti nelle istituzioni educative (docenti, cattedre e strumenti didattici) dovrebbero essere posti non al centro, ma in testa all’agenda del governo e inseriti nel menzionato piano organico di sostegno delle nuove generazioni.

I futuri lavoratori, nel loro divenire, necessiteranno di grande flessibilità e dinamicità delle istituzioni. La prima competenza richiesta agli attuali nativi digitali minacciati dall’estraniante mondo virtuale, sarà proprio il saper essere nel nuovo mondo: un mondo dove il binomio datore di lavoro- impiegato sarà solo un ricordo; dove grazie alle infrastrutture immateriali si sceglierà la città per vivere e non necessariamente quella per lavorare; dove sempre più sarà l’intuizione e non la previsione a determinare il successo di una iniziativa. Una società leggera o ultra liquida, dove sarà sì facile emergere, ma altrettanto facile precipitare da una delle tante nuvole del cielo digitale.

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