Giuseppe Dentice, che per Ispi ha curato un dossier sulle elezioni in Egitto, analizza la prossima vittoria di al-Sisi. L'intervista di Emanuele Rossi

“Le elezioni presidenziali egiziane, previste per il 26-28 marzo, dovrebbero portare a una conclusione scontata”, spiega a Formiche.net Giuseppe Dentice, ricercatore italiano specializzato nell’area accademicamente definita MENA.

“Senza veri oppositori, il presidente in carica Abdel Fattah al-Sisi sta aspettando un verdetto prevedibile che lo confermerà per un secondo mandato. L’unica domanda è se queste elezioni saranno o meno un plebiscito”, aggiunge Dentice, che come Ispi associate research fellow nel programma Mediterraneo e Medio Oriente ha da poco curato una pubblicazione del più importante think tank italiano con tema centrale le prossime votazioni egiziane.

Ma queste elezioni cambieranno qualcosa? “Dopo le elezioni, la vera lotta per un Egitto moderno continuerà: crescita economica, riforme sociali, terrorismo e, soprattutto, la necessità di un processo di democratizzazione inclusivo e tangibile sono sfide che il regime non può più ignorare”.

L’idea che passa è di un paese sostanzialmente in disequilibrio , diverso da come appare e viene letto il Sisi-effect. “Nonostante le fanfare dei media e un certo trionfalismo promosso da un regime apparentemente forte e incontestato, cinque anni dopo la cacciata di Mohamed Morsi il paese è ancora lontano dalla promessa di stabilità politica e prosperità economica fatta da al-Sisi quando salì al potere nel 2014”.

Dunque ci troviamo davanti al più grande paese musulmano del mondo, una nazione fondamentale per il Mediterraneo che dà continuità alla regione nordafricana verso il Medio Oriente, che non ha ancora trovato la sua pace? “C’è una lunga serie di interrogativi che non riguardano semplicemente le elezioni quanto proprio il futuro egiziano. Che cosa ci troveremo davanti? Stiamo assistendo a un ritorno dell’era-Mubarak? O c’è ancora uno spazio politico aperto alle opposizioni (inclusi gli islamisti)? Quale ruolo svolgono il settore pubblico e l’esercito nell’Egitto di oggi? Quali sono le priorità internazionali del governo, e qual è la visione regionale di al-Sisi per l’Egitto in un Medio Oriente che cambia?”.

Certe questioni sono di enorme interesse anche per l’Italia: Roma ha “un’eccellentissima relazione” (virgolettato rubato da come una nota stampa dell’esecutivo egiziano definiva il rapporto a margine di una telefonata tra governi del 18 gennaio 2016) con l’attuale e certamente futura leadership del Cairo (si ricorderà la relazione speciale che Matteo Renzi s’era costruito col discutibile presidente, definito “un grande leader” in un’intervista del luglio 2015 su Al Jazeera), e ha incastrate con l’Egitto questioni d’interesse strategico. Su tutte, il pozzo Zohr, il più grande reservoir gasifero del Mediterraneo, che Eni ha in concessione per lo sfruttamento. Ma sul rapporto, dal 3 febbraio del 2016, pesa il controverso caso Regeni.

Nel paper curato da Dentice per Ispi è Ugo Tramballi, esperto giornalista di affari internazionale del Sole 24 Ore e senior advisor del think tank a curare l’argomento Italia. Le potenzialità del pozzo (dove Eni ha già investito 12 miliardi di dollari e coinvolto altri soggetti, russi, inglesi ed emiratini) si portano dietro a cascata tutta una serie di nuovi progetti, dove gli interessi e le opportunità per l’Italia rischiano di diventare incongruenze davanti alla vicenda della morte per tortura del ricercatore Giulio Regeni; però, ricorda Tramballi, “Cina e Russia stanno sfruttando attivamente queste nuove opportunità egiziane, insieme a Germania, Regno Unito e altri membri dell’UE. Gli stessi paesi che avrebbero dovuto mostrare un po’ di solidarietà con Giulio Regeni e l’Italia”.

E come leggere le elezioni nel quadro allargato regionale? “A sei anni di distanza dalla prima elezione libera egiziana, l’interesse del Golfo riguardo all’Egitto è cambiato: questa elezione è molto poco seguita dai media arabi”, spiega Dentice.

C’entra di certo la scontata rielezione di Sisi, con cui i sauditi e gli emiratini hanno dal 2014 un’apparente totale convergenza di visioni, sia nell’ottica del contrasto all’islamismo più spinto (per esempio quello della Fratellanza musulmana, che invece nel 2012 era riuscita a eleggere il presidente in Egitto) sia nel confronto ideologico e geopolitico con l’Iran. Sisi s’è allineato su tutte le principali mosse avanzate da Riad, e Abu Dhabi, dall’intervento contro gli Houthi in Yemen all’isolamento diplomatico del Qatar.

Ma per Dentice non è chiaro quanto queste mosse siano sinergie volute o scelte dovute per il peso (anche economico) che il regno saudita ha nei confronti dell’Egitto: “In ogni caso, intrappolato tra sostegno e discordia, il governo egiziano manterrà le sue complesse relazioni con i paesi del Golfo mentre cercherà di perseguire una strategia indipendente dalle scelte politiche della Casa di Saud”.

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