Ecco come e perché Gabrielli parla della minaccia incombente del terrorismo

Ecco come e perché Gabrielli parla della minaccia incombente del terrorismo
Le parole del capo della Polizia devono essere interpretate per quello che sono: un esempio di realismo, senza per questo lasciarsi influenzare dalla paura

L’allerta antiterrorismo è sempre massima, anche se se ne parla poco, e i falsi allarmi registrati su Roma negli ultimi giorni sono serviti forse a testare meglio la capacità di reazione e di investigazione. Era a casa sua in Tunisia l’uomo indicato da una lettera anonima recapitata all’Ambasciata italiana di Tunisi come un terrorista pronto a organizzare un attentato nel centro della capitale, così come ora la procura indaga per procurato allarme dopo la telefonata che annunciava una bomba inesistente alla Rinascente di via del Tritone.

Eppure quello che appare in superficie non deve trarre in inganno perché “la minaccia è incombente”. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha usato proprio queste parole nel saluto rivolto a Papa Francesco durante l’udienza riservata al personale dell’Ispettorato di Ps presso il Vaticano. Il Pontefice, la Santa Sede, Roma intesa non solo come capitale d’Italia, ma come centro della cristianità e simbolo dell’Impero romano d’Occidente, sono da tempo nel mirino della campagna mediatica dell’Isis. “Gli uomini e le donne della Polizia di Stato, che concorrono alla sua sicurezza – ha detto Gabrielli rivolto a Francesco – continueranno a garantire la sicurezza di questa sede santa e della sua persona e di questa straordinaria grande città di Roma, sede della cristianità, che dalla propaganda terroristica e jihadista è portata a simbolo da colpire” aggiungendo che “questi tempi trascorsi non ci convincono dell’ineluttabilità degli eventi, del fatto che la minaccia sia passata. La minaccia è incombente, ma gli uomini e le donne della polizia sapranno fare argine a tutto quanto di male è intorno a noi”.

Dietro le formali parole del capo della Polizia c’è una sua convinzione espressa più volte nei mesi scorsi: l’Italia non può considerarsi esclusa per principio da possibili attentati jihadisti solo perché finora non ce ne sono stati. I fatti dimostrano che la capacità di prevenzione e di indagine dell’intelligence, dell’antiterrorismo e di tutte le forze dell’ordine sta ottenendo ottimi risultati garantendo manifestazioni e iniziative di ogni tipo mentre si continua a espellere soggetti a rischio: 27 quest’anno, 264 dal gennaio 2015. La stessa relazione dei servizi segreti al Parlamento presentata nel febbraio scorso parlava di “minaccia attuale e concreta” perché “permane alto il livello della minaccia diffusa e puntiforme e per ciò stesso tanto più imprevedibile”.

Dunque, di fronte a una “minaccia incombente” si continua a monitorare ambienti a rischio, ad addestrarsi cercando di ridurre al minimo i tempi di reazione in caso di attacco e a setacciare il web. Come ultimo esempio, una decina di giorni fa l’Europol comunicò di aver individuato oltre 900 casi di propaganda online a favore dell’Isis e di al Qaeda in un’operazione che ha coinvolto Belgio, Francia, Paesi bassi, Slovenia e Gran Bretagna. È chiaro che le festività pasquali comporteranno un ulteriore spiegamento di forze non solo a Roma, ma in tutta Italia, e non deve sorprendere il sondaggio Ixé per la Coldiretti in base al quale solo il 2 per cento degli italiani andrà all’estero per motivi legati alla sicurezza in Europa. La “minaccia incombente” ricordata da Gabrielli dev’essere interpretata per quello che è: un esempio di realismo, senza per questo lasciarsi influenzare dalla paura. Dai primi attentati jihadisti in Europa si ripete un concetto elementare: continuare la vita di tutti i giorni dimostrando di non avere paura.

ultima modifica: 2018-03-26T10:10:02+00:00 da Stefano Vespa

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: