Se l'Europa procede in punta di fioretto, l'imperialismo di Pechino spadroneggia, avanzando a ritmi incalzanti e con modalità di grande spregiudicatezza. Una penetrazione - ormai - non solo economica e commerciale, ma anche politico-militare

È un’escalation preoccupante e insidiosa, che – di recente – ha fatto sbottare il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, uno che raramente alza i toni. “L’Africa – ha detto con disappunto – sta diventando una colonia della Cina”. E lui è proprio uno di quelli che con più convinzione si sono spesi per lanciare, nel summit bilaterale di novembre ad Abidjan, il coraggioso progetto “EURAFRICA”, massiccio piano di investimenti UE per sostenere e far crescere l’ imprenditoria nel “continente nero”, riducendo così – con la creazione di lavoro “in loc”‘, soprattutto per i giovani – le infinite ondate migratorie.

Se l’Europa procede in punta di fioretto e da “partner” rispettoso (purtroppo, tuttavia, con imperdonabile ritardo), l’imperialismo di Pechino spadroneggia in Africa, avanzando a ritmi incalzanti e con modalità di grande spregiudicatezza. È una penetrazione – ormai – non solo economica e commerciale, ma anche politico-militare: la negazione della dottrina “neutralista” predicata dagli anni cinquanta dal comunismo cinese, che garantiva l’astensione da qualsiasi ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, a cominciare da quelli africani.  Una dottrina, che – poi – diventò il “terzomondismo”, superata e smentita nei fatti – mai nell’ufficialità – dall’impetuosa crescita della Cina e dalle ambizioni di leadership planetaria dell’onnipotente Xi Jinping.

Basta osservare alcuni dati e cifre per constatarlo. Due terzi dei Paesi del “continente nero” acquistano armamenti “made in China”. Pechino sta scalzando Mosca dal trono di esportatore numero uno di sistemi d’arma complessi (e “low cost”) nella vastissima, e tormentata, area sub-sahariana. Di pari passo cresce il numero degli addetti militari nelle ambasciate cinesi, già poco meno di una trentina. Quello che – da tempo – era il gigante del “business” (180 miliardi di dollari di profitti, oltre 10 mila aziende attive), si appresta a trasformarsi anche in una sorta di braccio armato dell’Africa. Manovre di “soft power”; partecipazione alle missioni militari sotto egida Onu (la Cina è ottava – nel mondo – come presenza, prima tra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza ); sei miliardi di dollari fatturati in vendite di armi “leggere” tra il 2013 e il 2017, coprendo il 27% del mercato locale. Soldati cinesi combattono nei conflitti in atto in territori turbolenti: nella Repubblica democratica del Congo e in quella del Centrafrica, in Sudan e in Sud Sudan, in Nigeria contro i terroristi islamisti di “Boko Haram”. E Pechino si fa beffe degli embarghi militari occidentali in Zimbabwe, Guinea equatoriale e Burundi. Sente di avere le mani libere. In piena guerra civile non ha battuto ciglio nell’installare una fabbrica di armi leggere a Khartum, comportandosi allo stesso modo in Mali e in Zimbabwe. In questo Paese ha giocato un ruolo oscuro durante il golpe militare che ha detronizzato l’anziano – irriducibile – dittatore Robert Mugabe: i suoi blindati erano presenti (e visibili) negli scontri.

Assai discutibili i metodi usati, tra affari e diplomazia semi-armata: tutti i contratti bilaterali stipulati nel settore bellico fanno parte di un pacchetto più ampio di “partenariati” economici di sviluppo. Una strategia adottata su scala continentale almeno dal 2015, quando Xi Jinping annunciò un piano di investimenti per 60 miliardi di dollari, che potrebbero salire a cento. Gli interlocutori sanno benissimo che Pechino opera per tornaconto, non per filantropia: prestiti e “sconti” sono strettamente vincolati al rientro delle risorse investite, a tutto profitto delle aziende cinesi coinvolte. Ma i governi africani hanno poca scelta (per colpa della “timidezza” europea e del grafuale calo di interesse di USA e Giappone) e si convincono facilmente anche in ragione delle pratiche corruttive che “condiscono” le offerte cinesi.

Da più di un anno è attiva la base di Gibuti, obiettivo la creazione di un corridoio privilegiato di accesso al canale di Suez, una nuova “via della seta”, già agevolata – del resto – dallo stretto rapporto con l’Egitto di Al Sisi. È proprio l’ “hub” nell’ex-colonia francese a issare la Cina al rango di potenza militare globale, con capacità di proiezione oltremare, in una vetrina in cui dominano – probabilmente ancora per poco – le scelte di Washington, Parigi e  Tokio. Altre basi di Pechino potrebbero sorgere in Sud Sudan, in Costa d’Avorio, addirittura in Nigeria. A quel punto gli equilibri internazionali in Africa sarebbero definitivamente stravolti.

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