Perché adesso Kim Jong-un si mostra così aperto alle vecchie richieste su cui la comunità internazionale lo pressa da anni?

In un tweet (domenica) il presidente americano Donald Trump se l’è presa con l’anchor man televisivo Chuck Todd, della NBC, perché ha ventilato l’ipotesi che gli Stati Uniti abbiano fatto concessioni troppo grosse per ottenere l’inizio dell’appeasement con la Corea del Nord: “Non abbiamo rinunciato a nulla”, dice Trump, “e loro hanno accettato la denuclearizzazione […] la chiusura dei siti e [di] non [fare] più test”.

Per il momento di questi tre punti soltanto gli ultimi due sono stati annunciati dal Nord – stop ai test e chiusura di un sito chiave del programma atomico – in un comunicato in cui Pyongyang ha spiegato che per adesso, avendo raggiunto la capacità atomica, non ce n’è bisogno. È comunque già un grosso passo verso una più apparentemente concreta distensione dei rapporti – che fino a pochi mesi erano tesissimi con venti di guerra che soffiavano nel Pacifico – da unire alla rinuncia su un punto long-standing nordcoreano: ora sarà accettata la presenza militare americana nella penisola, ossia al fianco di Seul.

Come Trump ha detto in un altro tweet pubblicato sempre domenica, “non siamo mai arrivati così vicini a un deal” con Kim Jong-un: “Divertente”, dice Trump, che “tutti gli espertoni” che non hanno saputo negoziare con Kim adesso mi spieghino come fare l’accordo.

Però, su tutto, c’è un dubbio: come mai il satrapo nordcoreano adesso scende a compromessi così importanti? Quanto è sincero e quanto c’è di strategico in questa mossa? Per provare a rispondere a questa domanda da sfera di cristallo, Formiche.net ha contatto Marco Milani, ricercatore al Korean Studies Institute dell’University of Southern California.

Milani ci dice: ” La charme offensive diplomatica lanciata da Kim Jong Un a partire dalla partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi di Pyeongchang è sicuramente una buona notizia per la comunità internazionale e per le principali potenze coinvolte nello scenario dell’Asia orientale. Rispetto allo scorso anno, quando la tensione fra Stati Uniti e Corea del Nord aveva portato a reali rischi di una escalation militare, la situazione è decisamente meno tesa e le prospettive di dialogo sono finalmente reali”.

Però: “Detto questo, non credo che Kim abbia improvvisamente deciso di uniformarsi alle richieste che la comunità internazionale, guidata da Washington, porta avanti da decenni ormai”. E dunque, cosa è successo o sta succedendo? “Da un lato, probabilmente i nuovi round di sanzioni approvati nel corso del 2017 hanno spinto il regime di Pyongyang ad ammorbidire la propria posizione, cercando così un alleggerimento generale della situazione, se non delle sanzioni in quanto tali, per lo meno dell’attenzione che viene rivolta alle strategie nordcoreane volte ad aggirare le sanzioni (come per esempio i trasferimenti da nave a nave in alto mare)”.

Un questione di necessità, dunque, che spingerebbe il Nord a cercare quanto meno un maquillage con cui ripulire la propria immagine agli occhi del mondo. C’è dell’altro? “Credo però che l’aspetto più importante riguardi il fatto che il regime consideri raggiunto l’obiettivo di diventare una potenza nucleare, uno dei due pilastri della linea politica di Kim Jong Un, e si voglia ora concentrare sul rafforzamento dell’economia e sul riconoscimento internazionale”.

Il recente annuncio di Kim riguardo la sospensione dei test nucleari e missilistici e la chiusura del sito di Punggye-ri, ormai fortemente danneggiato, va in questa direzione: da un lato si tratta di un segnale distensivo in vista del summit inter-coreano in programma venerdì 27 aprile, dall’altro sottolinea il fatto che i test non sono più necessari dal momento che la Corea del Nord ha ottenuto il deterrente nucleare al quale aspirava”.

A questo punto, allora, possiamo ipotizzare che la Corea del Nord voglia porsi davanti al mondo come un attore armato dell’Atomica e attorno a questo lavorare per il proprio futuro? “Credo che la strategia sia quella di iniziare a collaborare e cooperare maggiormente con la comunità internazionale, sempre però avendo ben presente quali siano le priorità ormai storiche del regime: difesa del regime da attacchi esterni, potenziamento dell’economia, ma anche riconoscimento internazionale del proprio status, e poi la firma di un trattato di pace con gli Stati Uniti”.

Che cosa c’è da aspettarsi quindi nel breve periodo? “In questo contesto sarà cruciale vedere quale sarà la dichiarazione congiunta che uscirà del meeting di venerdì, e ancora di più se Kim deciderà di intraprendere passi concreti verso la de-nuclearizzazione, o più probabilmente il congelamento del proprio arsenale, in vista o durante il summit previsto con il presidente Trump”.

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