Quel che resta del Pd e di Di Maio e l’ascesa di Salvini. Lo spiega Sofia Ventura

Quel che resta del Pd e di Di Maio e l’ascesa di Salvini. Lo spiega Sofia Ventura
La politologa dell'Università di Bologna commenta la performance dell'ex premier da Fazio: Renzi c'è, e vuole creare un partito personale. Un ritorno al voto avvicina il centrodestra alla maggioranza, anche con il Rosatellum

“Altro che Pd, ormai esiste solo più il Partito di Renzi (Pdr)”. Questo il bilancio di Sofia Ventura, politologa dell’Università di Bologna, dopo aver ascoltato Matteo Renzi da Fabio Fazio a Che Tempo che fa. Intervistata da Formiche.net, la Ventura, fine studiosa del mondo dem, smentisce chi dava per finito l’ex premier. Renzi c’è, e dà le carte. Le elezioni in Friuli però devono suonare come un campanello d’allarme per il Pd: un ritorno al voto favorisce il centrodestra a trazione leghista. Se i trend saranno confermati, la maggioranza non sarà più una chimera per la coalizione tripartita, anche con il Rosatellum.

Professoressa partiamo dalla stretta attualità: le elezioni in Friuli. Cosa ci dicono del Paese reale?

I risultati in Friuli sono molto interessanti. Clamoroso l’exploit della Lega, ma altrettanto clamoroso il crollo dei Cinque Stelle. La base pentastellata ha inviato un messaggio chiaro: non gradisce la spregiudicatezza di Luigi Di Maio. A livello di immagine il leader del Movimento ha perso molto con le consultazioni, regalando voti alla Lega.

Alcuni noti editorialisti all’indomani delle elezioni hanno detto che se Di Maio avesse fatto un accordo con la Lega la base lo avrebbe linciato…

A me sembra che i due elettorati siano contigui. La base preferisce di gran lunga un accordo con la Lega che con il Pd, con cui in campagna elettorale c’è stata una contrapposizione fortissima.

Quello della Lega sembra l’unico “forno” rimasto acceso per il Movimento, dopo che Renzi ha calato il sipario da Fazio. Che impressione ha avuto del suo ritorno in tv? Renzi c’è?

Renzi c’è eccome, non se ne è mai andato. Lo abbiamo visto il 4 dicembre 2016. Fa sempre così: se ne va se è costretto, ma preparando il suo ritorno. Dopo la sconfitta del 4 marzo si è dimesso, ma solo sotto pressione dei colleghi di partito. Ma aveva già preso da tempo le dovute precauzioni. Con il congresso del 30 aprile 2017 aveva messo le mani su direzione e assemblea, assicurandosi maggioranze nette. Con le ultime elezioni infine si è garantito candidati fedeli nei gruppi parlamentari.

Nel Pd non c’è concorrenza?

Assolutamente no. C’è un insieme di personaggi come Franceschini, Fassino o giovani come Martina che però hanno un seguito irrisorio e cercano di restaurare l’oligarchia che vigeva all’interno del Pd prima dell’arrivo di Renzi. L’ex premier continua a vincere perché ha personalità e ha lottizzato il partito, ma soprattutto perché non ha avversari.

Insomma, le è piaciuta la performance di Renzi su Rai uno?

È stato molto efficace sotto il profilo comunicativo, anche se rimangono alcuni tic un po’ eccessivi che evidenziano il suo narcisismo.

Ad esempio?

Continuare a rimuginare sulla sconfitta del referendum costituzionale, sostenendo che se fosse andata diversamente oggi ci troveremmo in tutt’altra situazione. Le sue lancette psicologiche si sono fermate a quel 4 dicembre. Ora è alla ricerca di una riscossa, ma ha capito che serve tempo. Non può lanciarsi in accordi di governo perché deve consolidare il suo potere nel partito, ed evitare che altre personalità possano trovare ruoli di governo che lo mettano in ombra. La mia tesi è che Renzi sia a pochi passi dal creare un partito personale.

Intende un nuovo partito sulla scia di En Marche di Macron?

Non ne ha bisogno. Il Pd senza Renzi non esiste più, è un guscio vuoto. È un partito che non ha mai voluto rinnovarsi di fronte alle sconfitte né ha saputo riorganizzarsi. Da Fazio Renzi ha fatto capire perfettamente che Martina non conta nulla. A meno che il 3 maggio i suoi compagni di partito non riescano a fare un golpe, cosa di cui dubito, il Pd rimane, come disse tempo fa Ilvo Diamanti, semplicemente il Pdr.

Renzi però assicura che i renziani non esistono..

Il Pd è renziano. Renzi si è tradito quando ha detto: “Su 52 senatori dem non ne conosco uno disposto a votargli la fiducia”. Non ci sono dubbi, i renziani hanno la golden share del partito.

In tv ha lanciato la proposta di una riforma elettorale sulla scia del semipresidenzialismo francese. La convince?

Tendenzialmente si, anche se mi sono un po’ ricreduta sui limiti di questo sistema dopo aver assistito alla vittoria di un partito personale come En Marche in Francia. Non so se può funzionare nella società fluida contemporanea, ma sarebbe interessante ragionarci su. Renzi però usa le istituzioni come un tema da cavalcare. Lo ha fatto con il referendum costituzionale per rilanciare la sua leadership, perdendo la scommessa. Lo fa oggi con la proposta di una riforma elettorale per rientrare al centro del dibattito.

Secondo l’ex premier l’istituzione di un modello semipresidenziale deve andare di pari passo con l’abolizione del bicameralismo perfetto. È vero?

Bisogna capire cosa si vuole prendere dal sistema francese: se il doppio turno di collegio per la Camera o l’elezione diretta del presidente, con tutti i poteri che comporta un semipresidenzialismo. Replicare quel modello non è facile, perché si basa più su convenzioni e prassi che sulla Costituzione. Sicuramente sarebbe bene togliere il voto di fiducia al Senato, che però non vuol dire eliminare il bicameralismo.

L’altolà di Renzi aumenta le chances di un ritorno al voto. A chi conviene?

È l’opzione che più conviene a Salvini. Ci sono buone probabilità che il centrodestra alle prossime elezioni ottenga la maggioranza, anche con il Rosatellum. Ovviamente l’idea spaventa Berlusconi, perché Forza Italia sarebbe ulteriormente erosa dalla Lega. Non mi sembra che Mattarella ne sia entusiasta, anzi. Posso dire una cosa antipatica?

Prego.

Ho l’impressione che l’ipotesi di una vittoria di questo centrodestra a trazione leghista alle prossime elezioni piaccia poco al sistema istituzionale.

Parliamo del Quirinale?

Non solo. Anche del sistema mediatico ed economico. Inoltre Salvini rappresenta gli interessi del mondo delle pmi al Nord verso cui a Roma non si è molto sensibili.

Quanto conta il fattore politica estera?

Molto. Io resto convinta della tesi, sollevata da alcuni opinionisti in questi giorni, per cui le sparate di Salvini sulla Russia e la crisi siriana siano parte di una strategia per non essere chiamato al Quirinale in questo momento rimanendo bruciato.

ultima modifica: 2018-04-30T10:40:21+00:00 da Francesco Bechis

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