La presidente onoraria della Fondazione De Gasperi, figlia primogenita dello statista trentino, racconta a Formiche.net gli albori dell'amicizia fra Italia e Stati Uniti, il Piano Marshall e l'Italia del dopoguerra

Settant’anni fa, il 3 aprile 1948, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman firmava il Piano Marshall. Settant’anni fa all’Italia veniva data un’occasione di rinascita dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, di riscatto agli occhi della comunità internazionale dopo una pesante sconfitta bellica. Settant’anni fa l’Italia sceglieva definitivamente l’Occidente, e lo faceva con Alcide De Gasperi alla presidenza del Consiglio.

“Fu una grande vittoria, gli italiani riprendevano la speranza di poter lavorare, di ricostruire quel che era stato distrutto”, ricorda Maria Romana De Gasperi, figlia primogenita dello statista trentino, considerato uno dei padri dell’Europa. Ma Maria Romana è molto di più: fu segretaria personale di De Gasperi vivendo al suo fianco, giorno per giorno, i primi anni dell’Italia repubblicana e del progetto europeista. Riceveva lettere da Truman, chiaccherava amabilmente con Konrad Adenauer e Robert Schuman, con Pietro Nenni e Palmiro Togliatti. A 95 anni continua a tenere viva l’eredità di suo padre, la sua fiducia in un’Europa unita, oltre le difficoltà (e le mancanze), da presidente onorario della Fondazione De Gasperi. Ha accettato di raccontare a Formiche.net gli albori dell’amicizia fra Italia e Stati Uniti, il viaggio in America di suo padre, cui lei ha preso parte, per chiedere un aiuto concreto agli Alleati, la miseria, ma anche la grande voglia di rinascita, che segnavano l’Italia del dopoguerra. Ci accoglie nel suo studio, dove campeggia sul muro un grande dipinto che ritrae De Gasperi sereno, sorridente, un’immagine che stride con il volto severo con cui siamo abituati a immaginarlo dalle foto ufficiali.

Come nacque per l’Italia l’occasione di chiedere aiuti economici agli Stati Uniti?

Era il gennaio del 1947. De Gasperi era stato invitato dalla rivista Time a tenere una conferenza sul futuro dell’Europa. Aveva grande premura di rispondere al più presto, ma non voleva sprecare un’occasione così importante riducendo il viaggio a una lezione universitaria. Incaricò allora l’ambasciatore Alberto Tarchiani di prendere contatti ufficiali con gli Stati Uniti, di saggiare il terreno per capire se c’era la possibilità di un incontro con le autorità, e soprattutto con il presidente Truman. Quando da Washington arrivò la conferma il nostro ministero degli Esteri iniziò a preparare il viaggio nei minimi dettagli.

Qual era il vero obiettivo del viaggio?

Chiedere un prestito per la ricostruzione, perché l’Italia versava in una miseria che oggi non possiamo immaginare. Al Sud le città erano in una condizione di totale povertà, al Nord i centri storici di grandi città come Milano, Torino e Bologna erano completamente distrutti.

Se non sbaglio De Gasperi fu il primo presidente del Consiglio ad attraversare l’Atlantico.

Il viaggio fu un’avventura. Lo Skymaster che ci attendeva a Parigi dovette faticare non poco contro i venti dell’oceano. L’aereo ballava tremendamente, dovemmo fare scalo alle isole Azzorre perché era finita la benzina. Ricordo che feci notare a mio padre i colori tutti diversi con cui erano dipinte le case sull’isola, ma non mi stette a sentire. Passeggiava avanti e indietro per l’aeroporto ripetendo ad alta voce il discorso che avrebbe dovuto tenere in inglese.

Quale fu la sua prima impressione negli States?

Dopo la prima notte in hotel in camera mia arrivò un vassoio con uno yogurt, una frittatina, un paio di croissant e qualcosa da bere. In Italia, anche dopo la guerra, a casa nostra eravamo abituati a mangiare un pezzo di pane biscottato e un caffè. Andai subito a bussare alla porta di mio padre dicendo “Papà si sono sbagliati, questa è per due”, ma a lui avevano portato lo stesso vassoio. Mi sembrava uno spreco enorme, ci diede subito l’impressione di che cosa fosse l’America, di quanta ricchezza poteva dare quel Paese.

Arrivato in America fu accolto con tutti gli onori dal presidente Truman, dal segretario di Stato James Byrnes, dal sindaco di New York Fiorello La Guardia.

È vero, ma non furono giornate facili. Tutti ci ospitavano con splendidi pranzi e ricevimenti, quelli degli italoamericani erano particolarmente sfarzosi. Ma la richiesta che la nostra ambasciata aveva inoltrato per un aiuto concreto non riceveva risposta. Il penultimo giorno mio padre mi disse sconsolato: “Qui non concludiamo. Temo che torneremo a casa senza quello che ho richiesto”.

E poi?

E poi l’ultimo giorno si realizzarono le sue speranze. Gli fu consegnato un assegno da 100 milioni di dollari della Export-Import Bank. L’Italia poteva sperare di tornare a lavorare.

Cosa li convinse a fidarsi dell’Italia?

Sono certa che la garanzia più grande sia stata la vita di mio padre. Gli americani si fidavano di lui, perché sapevano che aveva pagato di persona il prezzo del fascismo con la prigione e l’isolamento.

Un anno dopo, il 3 aprile del 1948, Truman firmava il Piano Marshall. Suo padre non ha mai avuto dubbi sulla scelta di campo al fianco degli americani?

Non avevamo scelta. Eravamo poverissimi, una parte del tesoro delle nostre banche era sparita nel nulla, ovunque mancava il lavoro. Ricordo che un giorno a Roma vidi in una traversa di via Nazionale, vicino al Teatro dell’Opera, un gruppo di giovani che scavavano delle buche nel terreno con delle vanghe. Il giorno dopo li vidi rimettere la terra al suo posto. Per far lavorare anche le persone non qualificate in un primo periodo dovemmo addirittura pagare questi lavori inutili. In Italia c’era un grande desiderio di ripresa. Tutti, democristiani e comunisti, avevano voglia di rimboccarsi le maniche per lavorare.

Come reagirono gli avversari politici in parlamento?

In parlamento ci furono reazioni violente, all’epoca in aula si consumavano vere battaglie. Oggi alla Camera nessuno discute davvero, i parlamentari sanno già prima cosa diranno. Allora invece il partito si limitava a dare ai deputati una linea, ma loro decidevano liberamente di cosa parlare. Un giorno il comunista Pajetta salì in piedi sul proprio scranno e cominciò a gridare “Tu, De Gasperi!” puntando il dito contro di lui. Mio padre si alzò e gli disse con tono fermo: “Un momento, giovanotto, mi dia del lei”. Dovette scendere e parlare in terza persona, ma l’invettiva non ebbe più lo stesso effetto.

Che impressione ha avuto del Mezzogiorno quando accompagnava suo padre?

Il Mezzogiorno era poverissimo perché il fascismo non se ne era mai occupato. La gente nei paesi non sapeva nemmeno che fosse caduto il regime. Un giorno mio padre tenne un comizio della campagna elettorale in un piccolo paese della Calabria. Quando finì di parlare, fra gli applausi generali, dalla folla una donna gridò: “Viva De Gasperi! Ci saluti Mussolini!” (Ride, ndr). Questo dava l’idea della confusione che regnava al Sud, specialmente nei piccoli centri.

Come furono accolti dalla gente semplice i rifornimenti del Piano Marshall?

Con grande entusiasmo. Un giorno De Gasperi dovette telefonare in America avvertendo che le scorte di pane e farina non sarebbero durate più di quindici giorni. Chiamò un famoso anchorman italoamericano chiedendo di facilitare la richiesta. Una nave cargo piena di farina che navigava in mezzo all’Atlantico venne dirottata verso l’Italia. Quando attraccò a Napoli tutta la città accorse al porto al gridò “viva De Gasperi!”. Anche una volta finita la guerra ci era concessa solo una ceriolina di pane grigio al giorno. Questa umiltà ha formato una gioventù coraggiosa, ci ha insegnato ad accontentarci di poco, a non cercare il superfluo.

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