I raid chirurgici contro le basi del regime di Assad e la loro spiegazione. Quell’asse del male che unisce Siria, Iran e Nord Corea per la produzione di missili balistici

Intorno alla mezzanotte di ieri, la Tv di Stato siriana ha diffuso le notizie su esplosioni in due basi militari ad Aleppo e Hama. In pochi minuti la grancassa propagandistica di Damasco ha costruito varie storie attorno alla vicenda, dipingendola rapidamente come “nuove aggressioni” dall’esterno e, secondo il tipo di media che le ha riprese, sono diventate un attacco missilistico anglo-americano (scrive al Akhbar, improbabile sito libanese vicino agli Hezbollah) oppure un altro dei raid israeliani.

Teoricamente il regime dichiarando di essere stato attaccato senza capacità di reazione dovrebbe perdere presa sui fanatici che lo sostengono, ma stante la riqualificazione diplomatica del regime Assad e il momentaneo clima becero e disinformato da “Il mio nome è mai più” che s’è creato in automatico attorno all’attacco anglo-franco-americano di inizio mese — rappresaglia simbolica per i crimini chimici commessi dal regime — il vittimismo nei confronti di imperialisti e Israele (siamo nel mezzo del complotto giudaico-massonico che infiamma i cospirazionisti di tutto il mondo) diventa un filone altrettanto utile, con cui Damasco cerca altri maquillage diplomatici.

La seconda ipotesi di quelle che circolano — che sia stato un attacco aereo è quasi scontato, e lo riportano anche le ben più solide fonti della Reuters, che è un’agenzia indipendente e credibile, non una velina di regime — è ampiamente la più probabile: gli israeliani conducono regolarmente azioni militari contro quelle che individuano come minacce alla propria sicurezza nazionale. Per esempio, passaggi di armi da parte degli iraniani verso i potentissimi miliziani Hezbollah; armi che poi l’organizzazione potrebbe usare per colpire Israele continuando il conflitto mai chiuso del 2006.

Domenica, poche ore prima delle esplosioni nelle basi siriane, durante il forum che annualmente organizza il Jerusalem Post, il ministro della Difesa israeliano, il falco Avigdor Lieberman, ha detto: “Non abbiamo intenzione di attaccare la Russia o di interferire nelle questioni interne siriane. Ma se qualcuno pensa che sia possibile lanciare missili o attaccare Israele o persino i nostri aerei, senza dubbio risponderemo e risponderemo con molta forza”.

Lieberman ha detto che Israele ha tre problemi: “Iran, Iran, Iran”. Ed un messaggio diretto contemporaneamente a Teheran (che ammesso perdite nelle esplosioni della scorsa notte: almeno 18 militari dei Giardiani) e a Mosca. La Russia ha il controllo dei cieli siriani, ma con Israele ha un accordo informale con cui si è garantito libertà operativa su certi casi.

I russi dicono di voler passare batterie contraeree alla Siria, ma di fatto non battono ciglio davanti a questi raid, che nelle contabilità degli esperti hanno abbondantemente superato quota cento. Ed è probabile che Tel Aviv usi questi raid per spiegare ai russi che senza limitazione della presenza iraniana in Siria non ci sarà mai stabilita; gli israeliani accettano il ruolo russo sul futuro siriano, ammesso che sia anche un modo per tenere a bada l’Iran.

Domenica pomeriggio (i raid sono arrivati la notte) in Israele c’era il nuovo segretario di Stato americano, Mike Pompeo, arrivato a poche ore dall’ufficializzazione della sua nomina per garantire il sostegno americano agli alleati. Sostegno che in questo momento si concretizza nel condividere una linea a tolleranza zero verso l’Iran.

Una curiosità, ma non una casualità: una delle basi colpite, quella di Taqsis è considerata il luogo di costruzione di missili balistici siriani, un programma facilitato dai tecnici iraniani attraverso l’approvvigionamento tramite la Corea del Nord.

In effetti è noto, anche grazie a un rapporto desecretato dalle Nazioni Unite a febbraio, che il satrapo Kim Jong-un — assurto a statista dopo le sorridenti strette di mano denuclearizzanti con il presidente sudcoreano — ha inviato per anni cargo carichi di componenti militari che hanno aiutato il regime siriano anche nel settore delle armi chimiche.

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